Cosa succederà in Europa dopo il voto ungherese sui migranti

Europa
La polizia ungherese 'rastrella' i migranti sfuggiti all'identificazione nelle città e nei villaggi lungo il confine sud con la Serbia, Rozske, 12 Settembre 2015. ANSA/CLAUDIO ACCOGLI

Oggi oltre 8 milioni di cittadini sono chiamati a dire No al piano europeo di redistribuzione dei profughi. Nessun dubbio sull’esito ma pesa l’incognita quorum

“Lanceremo un messaggio a Bruxelles: non si può fare politica contro la volontà della gente”. Attraverso il portavoce del governo, il premier Viktor Orban ha già annunciato il risultato ‘politico’ del referendum che si tiene oggi domenica 2 ottobre in Ungheria sulla redistribuzione dei profughi in Europa. I sondaggi prevedono che l’80% dirà No alle quote decise dall’Unione europea per i ricollocamenti ma al tempo stesso mettono in forte dubbio che il quorum dei voti validi superi il 50%, rendendo legittima la consultazione.

Il nazional-populista Orban cerca dichiaratamente un avallo plebiscitario da usare contro ogni futuro piano di ricollocamento di migranti in Ungheria, Paese peraltro che l’anno scorso ha concesso asilo solo a 508 persone. Ad intralciare il suo piano c’è però l’affluenza che secondo i sondaggi probabilmente sarà sotto il 50% (l’ultimo sondaggio parla di un 42% scarso), come avvenne per passati referendum sull’Ue e la Nato. In più c’è l’appello di alcuni partiti di opposizione a di alcune ong – ieri in piazza a Budapest per dire che l’Ungheria “non è solo Orban” – al voto nullo, barrando ad esempio entrambe le caselle e alzando così il quorum dei voti validi (4,1 milioni).

I votanti chiamati alle urne sono 8,27 milioni. Il governo mette le mani avanti: “Il referendum non può essere un fallimento”, ha sostenuto il portavoce Zoltan Kovacs. Da anni Orban sostiene che i flussi migratori vadano fermati già ai confini dell’Ue, anzi al di là: va creata “una gigantesca città dei profughi” in Libia o da qualche altra parte in Nord Africa dove riportare anche tutti i migranti entrati in Europa clandestinamente. E secondo il premier ungherese bisogna rafforzare la difesa comune dei confini, costruendo recinzioni, come ha fatto l’Ungheria col reticolato al suo confine meridionale.

Assieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, l’Ungheria fa parte del gruppo di Visegrad, i quattro Paesi dell’Est che stanno coordinando le posizioni per resistere a quel tentativo di dare un senso all’Unione europea, facendo cioè accettare anche oneri (l’accoglienza di migranti) e non solo vantaggi (mercato unico e fondi per lo sviluppo). Gli elettori ungheresi sono chiamati a rispondere al quesito: “Volete che l’Unione europea possa prescrivere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?”.

C’è da dire che fino a questo momento né l’Ungheria né gli altri paesi dell’Europa centro-orientale hanno avanzato alcuna alternativa al sistema di quote proposto da Bruxelles e il governo conservatore di Orban rifiuta qualsiasi obbligo di accoglienza dei rifugiati. Il premier magiaro ha promesso di tradurre i risultati del referendum in un testo di legge senza dare dettagli. La Commissione europea dal canto suo ha sottolineato che l’esito della consultazione non avrà alcun impatto giuridico sugli impegni presi. “Gli stati membri hanno la responsabilità legale di applicare le decisioni prese”, ha ricordato il commissario alle Migrazioni Dimitris Avramopoulos. Per il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker “se venissero organizzati referendum su ogni decisione dei ministri e del Parlamento europeo, l’autorità della legge sarebbe messa in pericolo”.

Per rispondere alla domanda del titolo di questo articolo, quel che purtroppo sembra più probabile è che non succeda assolutamente nulla di concreto, al di là dell’esito del referendum. Assisteremo al perdurare di un braccio di ferro stucchevole tra un gruppo di paesi contrati a rispettare gli obblighi verso la comunità di cui fanno parte (oltre che i doveri minimi imposti dalle logiche di umanità troppo spesso dimenticate) e un’Europa incapace di prendere decisioni, anche drastiche, per uscire dalla palude.

Le conseguenze politiche, se sommate a quanto sta succedendo o è già successo nel resto del continente (Brexit in primis), potrebbero però alla lunga essere devastanti. Orban, dal canto suo, ha detto di sperare che anche altri Paesi Ue facciano referendum sull’immigrazione. La campagna governativa da mesi martella sostenendo che l’immigrazione di massa mette in pericolo la cultura cristiana in Europa e implica minacce terroristiche. “E’ in pericolo la nostra sicurezza e il nostro benessere”, dicono ai comizi elettorali i dirigenti di Fidesz, il partito di governo conservatore e populista. La campagna referendaria ha fatto crescere in maniera palpabile paura e ostilità per gli immigrati in un paese già abbastanza chiuso.

Le urne saranno aperte dalle 6:00 (le 5:00 in Italia) alle 19:00 (le 18:00 in Italia). Degli 8,3 milioni di aventi diritto 274.591 ungheresi che vivono all’estero si sono registrati per votare via mail. Il governo ha organizzato un totale di 10.331 seggi in tutto il Paese.

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