Cosa prevede il “reddito di inclusione” proposto dal Governo

Povertà
Napoli, ospedale Cardarelli. Progetto Fiocchi in Ospedale, in una foto realizzata per l'Atlante dell'infanzia a rischio 2016 coedito dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani.
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L’idea di un decreto per accelerare i tempi di attuazione. Allo studio un assegno e una serie di servizi per il sostentamento e l’accesso al lavoro

Una provvedimento a sostegno delle famiglie più in difficoltà, che non appaia come una semplice misura di sussistenza da elargire in maniera indifferenziata, ma sia collegato a un effettivo percorso di inserimento sociale e lavorativo. A rilanciarlo oggi sono il ministro Maurizio Martina e la relatrice al Senato Annamaria Parente, ma la proposta iniziale è del ministro del Welfare Giuliano Poletti (allora come componente del governo Renzi) ed è già stata approvata dalla Camera il 14 luglio scorso.

L’idea che circola in queste ore è di accelerare l’iter, trasformando il disegno di legge delega, per il quale il Governo avrebbe sei mesi di tempo dopo l’approvazione del Parlamento per rendere operativa la norma, in un disegno di legge da applicare immediatamente (proposta Parente) o addirittura in un decreto che sottolinei il carattere di urgenza e renda più rapido anche l’esame delle due Camere (proposta Martina).

Ecco cosa prevede nello specifico la proposta attualmente all’esame della commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato.

Non solo soldi
Il provvedimento prevede due diverse forme di assistenza. La prima è quella più strettamente economica, con un assegno mensile (potrebbe aggirarsi intorno ai 400 euro) che garantisca appunto quel ‘reddito di inclusione’ in grado di consentire alle famiglie che ne beneficiano di accedere ai beni di consumo fondamentali per la loro sussistenza. La seconda consiste invece in una serie di servizi alla persona da garantire gratuitamente in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. Si tratta di progetti personalizzati di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, da elaborare e gestire in collaborazione con le amministrazioni locali sulla base delle effettive esigenze degli interessati.

Il disegno di legge delega prevede anche la necessità di un riordino dei servizi e, più in generale, delle prestazioni di natura assistenziale attualmente previsti, che possono essere anche ricondotti all’interno di quelli previsti da questo provvedimento.

Chi ne può beneficiare
Le famiglie beneficiarie dovrebbero essere una buona parte di quel milione e 600mila considerate dall’Istat al di sotto della soglia di povertà. La platea sarà individuata sulla base dell’indice ISEE. È concessa la priorità alle famiglie con figli minori o con disabilità gravi o con donne in stato di gravidanza, oppure ancora con persone disoccupate di età superiore ai 55 anni. Sarà l’Inps a verificare la persistenza delle prerogative necessarie, non solo per impedire le truffe, ma anche per far sì che i beneficiari seguano effettivamente i piani di inserimento professionale e l’assegno non si trasformi così in una sorta di ‘stipendio’ garantito dallo Stato (come sarebbe invece il ‘reddito di cittadinanza’).

I fondi
I soldi sono stati già stanziati. Si tratta del Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale previsto dalla legge di stabilità e quantificato in un miliardo e 150 milioni di euro. A questa cifra, si potranno aggiungere le risorse provenienti dai programmi operativi nazionali e regionali finanziati con fondi strutturali europei.

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