Cosa hanno in comune l’ultimo disco di Grimes e le sopracciglia di Cara Delevingne?

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“Art Angels” è l’ultimo album dell’artista canadese: abbiamo cercato di coglierne alcuni aspetti caratteristici

Grimes è Claire Boucher, canadese 27enne il cui look è un patchwork di differenti stili, dal punk all’hip hop passando per l’estetica emocore, proprio come la pop music di stampo electro che l’ha resa un fenomeno ben oltre il perimetro del circuito underground. Idolatrata da siti musicali che influenzano il mercato discografico come Pitchfork, e adottata da management potenti come la Roc Nation di Jay-Z, con il suo nuovo Art Angeles la canadese sforna un disco confezionato in una patina alternative ma dallo spirito pop FM; album rivelatore del fatto che oramai è il mainstream ad influenzare un certo sottobosco musicale e non più viceversa. Per motivi logistici decentrata dal fulcro nevralgico in cui si sviluppano molte delle correnti modaiole/musicali alle quali si ispira, l’adesione di Grimes a tali modelli diviene un esercizio messo in atto dall’esterno; le varie ispirazioni si dispongono come un enorme collage di magneti colorati sulla parete di un frigorifero: un puzzle che mischia melodie anni 80 ai campionatori, M.I.A. a Taylor Swift, femminilità da manga giapponese ad Alvin and the Chipmunks. Il risultato è un prodotto ammantato dello stesso tipo di naïveté alto borghese di chi si reca da Ikea senza dover badare a spese, e si fa guidare dall’istinto nel comprare qualsiasi cosa solletichi il proprio gusto, per comporre artistici arredamenti d’interni secondo il dettame “mi piace un po’ strano”. “Art Angels”, in questo senso, è un disco che incarna perfettamente una particolare sfumatura del termine “fighetto”. Non quella che verte al tamarro, ma la tonalità più fintamente trasandata e noncurante dell’esser fighetto: non esibita, ma tanto smaccatamente nascosta quanto più platealmente ricercata. Per intenderci: le sopracciglia della modella Cara Delevingne aderiscono perfettamente a tale categoria estetica.

Ma portiamo avanti questo parallelismo. Le sopracciglia di Cara Delevingne, unanimemente apprezzate, in realtà non sono belle in sé: sono solo sovradimensionate rispetto al volto della modella, che, essendo davvero bella, grazie a quelle sopracciglia aggiunge un tocco di particolarità ad un’innata avvenenza. Ecco, il nuovo disco di Grimes è come le sopracciglia di Cara Delevingne senza il loro legittimo portatore: prova ad ingannarti facendoti credere che sotto ci sia Cara, ma in realtà la struttura portante è evanescente.

Un disco la cui particolarità, non essendo contestualizzata (in questo caso in un corpus di canzoni che vadano oltre al “Bè si… carina”) rimane puramente aleatoria.

E siamo d’accordo che la cifra stilistica di Grimes, solidificatasi con il precedente e fortunatissimo Visions, sia riconoscibilissima (come lo sarebbero delle sopracciglia giganti che non appartengono a nessuno), ma questo non è automaticamente sinonimo di qualità. La canadese adatta con mestiere alla sua sensibilità, non senza gusto e passione, sarebbe ingiusto negarlo, tasselli di suono cucendoli su brani melodicamente orecchiabili ma tutto sommato abbastanza prescindibili; che è un po’ l’attitudine di parte del mainstream dal quale pesca, partendo da Gwen Stefani per arrivare ad Ellie Goulding. Il risultato potrebbe anche essere divertente; lo stesso effetto che fa un disco per alcuni versi concettualmente molto simile a questo, Miley Cyrus & Her Dead Petzma in realtà la prima reazione che ci stimola è quella di porci un interrogativo:

siamo sicuri che per riabilitare il pop mainstream sia sufficiente un’incarnazione parallela di Enya, in overdose di hit radiofoniche iniettate direttamente dall’autoradio della propria automobile?

 

 

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