Cosa è successo all’Assemblea nazionale in 5 punti

Pd
Lex presidente del consiglio Matteo Renzi durante l'assemblea nazionale del Pd all'Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Via al Congresso, domani riunione della minoranza, martedì Direzione

1. La decisione

L’Assemblea Nazionale del Pd ha preso atto delle dimissioni di Matteo Renzi pervenute in questi giorni. Non essendo state respinte, né essendo stato eletto un nuovo segretario, secondo lo Statuto si apre la fase congressuale. Era la proposta di Renzi, malgrado i vari tentativi di spostare la data (da ultimo, Michele Emiliano). Il percorso in linea di massima prevede le primarie ai primi giorni di maggio. La fase congressuale prevederà una conferenza programmatica, la discussione e votazioni nei circoli e le primarie fra i tre candidati selezionati dai circoli.

Martedì la Direzione (alle 15) ominerà la commissione congressuale che dovrà gestire la prossima fase.

2.La scissione

L’ala bersaniana non ha accettato la relazione di Renzi – “ha alzato un muro” – e lo stesso Bersani ha fatto capire che i margini per ma ricomposizione non esistono più.  In serata una nota congiunta Speranza-Rossi-Emiliano che addebita la scissione a Renzi, che “si è assunto una responsabilità gravissima” rifiutando le proposte di mediazione. Non è chiaro quando la scissione verrà annunciata – e in teoria nemmeno “se” verrà annunciata – né è possibile stabilire quanti parlamentari potrebbero lasciare il Pd. Secondo certi calcoli, potrebbero essere una trentina. La scissione resa un nodo che l’Assemblea non ha sciolto.

3. Il caso Emiliano 

Fino all’ultimo, e tuttora, la posizione di Michele Emiliano si è mostrata diversa da quella di Bersani e Enrico Rossi. Il Governatore si augura che la commissione congressuale possa approvare iter e regole congressuali tali da consentirgli si rimanere nel partito. In questo caso ci sarebbe una divisione fra gli animatori della manifestazione del teatro Vittoria.

4. Il ritorno dei “vecchi”

È stata la giornata dei grandi appello politici dei “vecchi”, da Fassino a Marini a Veltroni. Soprattutto il ritorno di quest’ultimo – finora sempre assente a queste riunioni – è stato politicamente molto significativo e particolarmente ben accolto. Oggi, a sostenere Renzi, ciascuno con la propria impostazione, sono stati i “vecchi” leader più che i renziani della prima ora.

5. I ministri

Gran ruolo anche di ministri e sottosegretari di peso. Da Orlando a Franceschini, da Teresa Bellanova (applauditissima) a Giacomelli a Martina, gli uomini del governo hanno tentato di creare ponti fra Renzi e la minoranza. Segno della preoccupazione per la tenuta dell’esecutivo, che da una scissione non ricava certo maggiore forza.

Ricapitolando. Domani ci sarà una riunione della minoranza per vedere il da farsi, martedì la Direzione per la nomina della commissione congressuale. Unica cosa certa: il Pd va a Congreaso, Matteo Renzi sarà candidato.

 

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