Corte dei conti: la Chiesa si è arricchita, l’otto per mille non si giustifica più

Economia
Il modello 730 per la denuncia dei redditi, 19 giugno 2014. 
ANSA/FRANCO SILVI

I magistrati contabili esaminano i dati sui contributi alle diverse confessioni e allo Stato. E non assolve nemmeno quest’ultimo: “Poca pubblicità e troppi cambi di destinazione dei fondi”

È un pesante j’accuse quello lanciato dalla Corte dei conti nei confronti del meccanismo dell’8×1000, ossia quella quota di reddito che gli italiani destinano annualmente alle confessioni religiose o allo Stato. Una scelta spesso, anzi nella maggior parte dei casi, inconsapevole, visto che nel 2012 – ultimo anno esaminato dalla magistratura contabile – la quota di contribuenti che ha apposto la propria firma su uno dei riquadri appositi nel modello Unico o 730 è stata pari al 45,81%.

ottomille-1Proprio le scelte non espresse rappresentano uno dei punti messi sotto accusa dalla Corte dei conti, dato che la quota derivante da questi casi viene redistribuita sulla base delle percentuali delle scelte espresse, determinando un effetto moltiplicatore che favorisce i maggiori beneficiari, fino “quasi a far triplicare le risorse a disposizione delle confessioni”, non rispettando quindi del tutto i “principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza”.

La tabella mostra il confronto tra la percentuale dell’8×1000 assegnabile in base alle scelte realmente espresse (in grassetto) e quella effettiva, assegnata con la redistribuzione dei contributi provenienti da chi non ha indicato alcun destinatario nella propria dichiarazione dei redditi. Come si può vedere, negli ultimi anni la quota assegnata allo Stato e all’incirca doppia rispetto a quella relativa alle scelte espresse, mentre per la Chiesa cattolica la sproporzione è ancora maggiore: con un terzo delle preferenze assegnate, incassa quasi il 90% dei fondi totali.

A questi, si somma un generalizzato aumento dei finanziamenti statali alla Chiesa cattolica, provenienti da diverse fonti normative, tanto da aver “contribuito ad un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana“, come spiega Francesco Margiotta Broglio, componente della commissione incaricata dal governo di studiare il gettito derivante dalla quota Irpef, per predisporre eventuali modifiche all’attribuzione. I giudici della Corte dei conti sostengono dunque che in queste condizioni vengano meno “le ragioni che giustificano il cospicuo intervento finanziario dello Stato disegnato dall’8 per mille”.

Gli importi assegnati nel 2014, effettivamente, appaiono impressionanti: oltre un miliardo alla Chiesa cattolica (1.054.310.702,18 per la precisione), 170.347.958 euro allo Stato, 40,8 milioni ai valdesi, 5,4 all’Unione delle comunità ebraiche, 4 ai luterani, 2,2 agli avventisti, 1,4 alle Assemblee di Dio. In totale, oltre un miliardo e 278 milioni.

Ma dove finiscono questi soldi? Nel 2012, la Chiesa cattolica ha speso 479 milioni per “esigenze di culto e pastorale”, 364 per il “sostentamento dei ministri di culto”, e 255 milioni (appena il 23% del totale) per “interventi caritativi”. Quest’ultima voce rappresenta invece l’80% della destinazione dei fondi degli avventisti, l’89% delle Assemblee di Dio, il 76% dei valdesi, il 24% dei luterani, il 30% dell’Unione ebraica, che destina invece la metà dei suoi fondi a progetti culturali.

Ma la Corte dei conti non assolve nemmeno lo Stato, che dimostra uno scarso interesse sia per quanto riguarda il fundraising (nessuna campagna pubblicitaria promossa, a differenza soprattutto della Chiesa cattolica), sia soprattutto per i frequentissimi cambi di destinazione delle risorse, che vengono dirottate con provvedimenti ad hoc verso finalità diverse da quelle originarie. “Per gli anni 2011 e 2012 – scrivono i magistrati – la quota è stata completamente azzerata; per il 2013, si è ridotta, da 170 milioni, alla cifra irrisoria di 400 mila euro”. Un dato che si aggrava se si considera che una parte dei fondi destinati dallo Stato alla conservazione dei beni culturali finisce nuovamente per favorire la Chiesa cattolica, per il restauro e il mantenimento dei suoi edifici e delle opere in essi contenuti.

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