Tangenti e corruzione, in un’intercettazione spunta il nome del fratello di Alfano

Corruzione
Giuseppe Pizza in una foto del 2008 ANSA/DANIELE SCUDIERI/DRN

Il fratello del ministro sarebbe stato aiutato dal faccendiere per essere assunto al Gruppo Poste. Indagati il parlamentare Ncd Marotta e l’ex sottosegretario del governo Berlusconi, Giuseppe Pizza

Labirinto. Non è un caso che sia stato dato questo nome all’indagine sul giro di tangenti che ha portato ieri mattina a diversi blitz della Guardia di finanza in tutta Italia con 24 arresti – 12 in carcere e 12 ai domiciliari – per reati di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, corruzione e riciclaggio, truffa ai danni dello Stato e appropriazione indebita, oltre al sequestro preventivo di beni immobili, conti correnti e quote societarie per 1,2 milioni di euro.

Si tratta di una fitta rete che vede coinvolti faccendieri, politici e dipendenti dell’Agenzia delle entrate: una rete gestita dal faccendiere calabrese Raffaele Pizza, figura centrale in questa vicenda, insieme al tributarista Alberto Orsini.

Una cinquantina di nomi nel registro degli indagati; tra questi anche il fratello del faccendiere, Giuseppe Pizza, ex sottosegretario del governo Berlusconi, e il deputato di Ncd Antonio Marotta. Per quest’ultimo i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava avevano sollecitato l’arresto in carcere ma il gip di Roma Giuseppina Guglielmi ha escluso alcuni fatti a lui contestati e che hanno fatto cadere i presupposti per applicare la misura detentiva.

Marotta secondo quanto si legge nell’ordinanza di custodia, avrebbe diretto insieme a Raffaele Pizza “il sodalizio e ricevuto ingenti somme di denaro contante presso l’ufficio della Piao, riconducibile allo stesso Pizza, nonché dai clienti del gruppo anche al fine di destinarlo a pubblici funzionari a fini corruttivi, fornendo ausilio e consigli – essendo lui un avvocato – agli appartenenti al gruppo criminoso al fine di eludere le indagini giudiziarie” e mettendo a disposizione degli stessi “la propria rete di conoscenze allo scopo di realizzare il programma associativo, essendo parlamentare della Repubblica”.

“Raffaele Pizza, adoperando i suoi legami stabili con il mondo della politica – si legge nella nota della Guardia di Finanza – , rappresentava lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici, svolgendo secondo gli investigatori un’incessante e prezzolata opera di intermediazione tra i suoi interessi e quelli di imprenditori senza scrupolo allo scopo di aggiudicarsi gare pubbliche. L’uomo sempre grazie ai propri contatti con i politici si adoperava anche per favorire la nomina ai vertici di enti e società, di persone a lui vicine, allo scopo di riceverne favori e facilitazioni”.

E cominciano a emergere anche i primi contenuti delle intercettazioni. In una di queste si sente, in sottofondo, tra una frase e l’altra, anche il fruscio tipico delle banconote, quando vengono contate. Si tratta di un’intercettazione del 3 marzo 2015 di una conversazione tra Marotta e l’imprenditore Luigi Esposito, accusato di avergli versato 50 mila euro per essere favorito nell’assegnazione di un appalto. Ma al di là del fruscio dei soldi, quello che ha indignato di più della conversazione tra il parlamentare Ncd e l’imprenditore e nella quale Marotta parlava dei tempi in cui si trovava nel Consiglio superiore della magistratura: “Io se potevo rimanere lì – diceva il deputato – me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua; stavo tanto bene là , il potere là è immenso , là è potere pieno, non so se rendo l’idea, ci sono interessi… sono legati grossi interessi, non avete proprio idea”.

Da quello che emerge, inoltre, da diversi quotidiani – Repubblica, Corriere, Fatto Quotidiano, Messaggero – in un’intercettazione di una conversazione risalente a gennaio 2015 tra Raffaele Pizza e il collaboratore politico del ministro dell’Interno Angelino Alfano, Davide Tedesco, il faccendiere avrebbe aiutato il fratello del responsabile del Viminale: “Pizza – scrivono le fiamme gialle – sostiene di aver facilitato, grazie ad i suoi rapporti con l’ex amministratore di Massimo Sarmi, l’assunzione del fratello del ministro (Alessandro Alfano, ndr) in una società del Gruppo Poste“. E dall’ordinanza del gip emerge come Raffaele Pizza fosse in grado di arrivare ovunque, dalle Poste all’Inps, dai ministeri all’Agenzia delle entrate: il gip fa riferimento, infatti, al collegamento “con i ‘proprietari’ della società Cas IT (società di Information Technology, con sede a Verona e che tra i clienti ha Poste Italiane per la quale la società ha un rapporto di fornitura con la divisione Banco Posta, ndr), nonché con importanti referenti di Poste dell’epoca, in particolare con Massimo Sarmi (amministratore delegato pro-tempore)”.

E il responsabile del Viminale parla di “ri-uso politico degli scarti di un’inchiesta giudiziaria. Ciò che i magistrati hanno studiato, ritenendolo non idoneo a coinvolgermi in alcun modo – ha commentato Alfano -, viene usato per fini esclusivamente politici. Le intercettazioni non riguardano me bensì terze e quarte persone che parlano di me. Persone, peraltro, che non vedo e non sento da anni”.

Ovviamente gli investigatori hanno svolto accertamenti su diverse nomine nelle società oggetto dell’inchiesta, tra cui anche quella di Alessandro Alfano nella società dei servizi internet di Poste italiane, Postecom. Da quanto si capisce i controlli della finanza non hanno portato al momento a una contestazione formale, anche per la necessità di valutare la attendibilità di Pizza.

Durante l’inchiesta, nata da una segnalazione di operazioni finanziarie sospette, è stato accertato l’utilizzo di un gran numero di fatture per operazioni inesistenti a favore di società ed enti su tutto il territorio nazionale, e di ricostruire l’operatività di una ramificata struttura affaristico-delinquenziale imperniata intorno a un consulente tributario e a un gran numero di società a lui riconducibili, che movimentavano grandi somme di denaro tra conti personali e aziendali. Una ramificata struttura imprenditoriale illecita che negli anni ha movimentato oltre dieci milioni di euro giustificati da fatture false a scopo di evasione e per costituire riserve nascoste al fisco da usare attraverso una galassia di società gestite da prestanome. Ed è qui che entravano in gioco due dipendenti dell’Agenzia delle entrate – finiti in manette – che in questa rete avevano la funzione di evitare o rendere meno pressanti i controlli fiscali e agevolare le pratiche di rimborso delle imposte.

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