Corleone non si costituisce parte civile (per ben due volte) contro il dipendente capoclan

Legalità
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La giunta di centrodestra non “sfida” in tribunale il proprio dipendente, accusato di gestire gli affari nel feudo di Totò Riina

Succedeva un anno fa l’incredibile a Corleone. Mentre Totò Riina, il capo di Cosa nostra era rinchiuso col 41 bis, nel suo feudo – secondo la procura – agiva per lui il più insospettabile: il custode del campo sportivo, Antonino Di Marco, 58 anni, dipendente comunale. Così capitava che abitualmente, nei suoi uffici, si sarebbero svolti i summit mafiosi, dove si discuteva di appalti, estorsioni e campagne elettorali. Poi ci fu l’arresto con l’operazione della procura distrettuale antimafia ed è ora in corso il processo nel tribunale di Palermo. L’incredibile, però, non finisce qui. Perché nel procedimento, in cui per la prima volta a Corleone un imprenditore denuncia il pizzo, si costituiscono come parte civile diverse associazioni (Addiopizzo, Centro Pio La Torre, associazione antiracket Paolo Borsellino e Fai, la federazione antiracket italiana) ma non l’amministrazione comunale.

La giustificazione che viene data dal sindaco Lea Savona (alla guida della città da tre anni con una giunta di centrodestra) e dall’avvocato Stefano Siragusa che segue il procedimento, contattati da Unità.Tv, sta nel mancato avviso al comune dell’udienza preliminare del 20 luglio, in cui però erano presenti tutte le parti considerate offese, le vittime, ma anche le associazioni antiracket.

Inspiegabilmente però nemmeno il 12 ottobre, data della prima udienza, il comune si costituisce, anche se col passaggio a rito abbreviato l’opportunità era a portata di mano. Anche su questo, la linea tenuta risulta contorta e la scelta è quella di puntare al rito civile, visto che l’istanza (questo è il ragionamento del sindaco e dell’avvocato) avrebbe potuto essere rigettata. “Ho chiesto ufficialmente spiegazioni all’avvocato sulla mancanza costituzione di parte civile nell’udienza preliminare – ci dice il presidente del consiglio comunale di Corleone Stefano Gambino – e su questo coinvolgerò anche il consiglio dell’Ordine degli avvocati sul perché il mandato non sia stato portato avanti”. Insomma nessun incidente, ma una precisa scelta del legale condivisa dal sindaco e dalla giunta. Un vuoto che è stato notato anche dal pubblico ministero Sergio Demontis, che durante la sua requisitoria nel procedimento aveva detto: “Dispiace non vedere le amministrazioni interessante”.

Ma questa assenza sta pesando soprattutto politicamente. Ieri la convocazione di un consiglio comunale straordinario sulla questione e la bocciatura (grazie all’astensione della maggioranza) dell’ordine del giorno presentato dalle opposizioni, tra cui il Partito democratico, per censurare la scelta amministrativa. “La scelta fatta dal sindaco e la superficialità con la quale l’intera vicenda è stata gestita, è un grave errore che si presta a tante interpretazioni”, commenta il segretario del Pd di Corleone, Salvatore Schillaci, che aggiunge: “In questo modo si rischia di far precipitare indietro di almeno trenta anni la nostra comunità che con grandi sacrifici ha ormai da tempo intrapreso un percorso di riscatto dal fenomeno mafioso”. Uguale disappunto viene dimostrato anche dal segretario provinciale del Pd Carmelo Miceli: “È inammissibile la superficialità con cui alcuni amministratori continuino a sottovalutare l’importanza della lotta anche mediatica a Cosa Nostra. L’immagine di un sindaco che, in nome dei propri cittadini, sfida faccia a faccia, nell’aula di udienza penale, il capo mafia del proprio paese è un simbolo politico che ha un valore inestimabile, un qual cosa che, soprattutto per Corleone, non ha e non può avere prezzo”.

 

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