Corbyn vince ma il Labour rischia di perdere ancora

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epa04875656 Candidiate for British Labour Party leader Jeremy Corbyn stands with a bicycle prior to a press conference in London, Britain, 07 August 2015. Corbyn announced his environmental policies to supporters and the media.  EPA/ANDY RAIN

Nella sfida interna al partito, Jeremy si appresta a rimanere alla guida. Ma secondo tutti i sondaggi, solo il 18% degli elettori voterebbe per lui. L’Economist avverte: la caduta laburista apre la strada a un tempo indefinito di Theresa May

Sostenuto dalla maggioranza degli iscritti ma in minoranza tra i suoi parlamentari e tra gli elettori, Jeremy Corbyn resta alla guida del Labour britannico. Il risultato ufficiale della battaglia interna che lo ha visto opposto al debole e incolore Owen Smith verrà reso noto domani, alla vigilia del congresso del partito che si apre domenica a Liverpool.

Corbyn ha prevalso con un programma identico a quello proposto lo scorso autunno, quando si affermò a sorpresa con il sessanta per cento dei consensi: rinazionalizzazioni delle aziende privatizzate a partire dagli anni Ottanta, aumenti delle imposte, tagli alle spese militari. Non manca neppure l’impegno a donare a spese del governo un pezzetto di terra a ogni famiglia, «in modo che ciascuno abbia la possibilità di piantare patate e pomodori».

Sui tempi di uscita del Regno Unito dalla Ue è per un immediato avvio dei negoziati come la destra conservatrice. Si dice poi certo che l’Unione Europea è «una istituzione dominata da un vorace capitalismo finanziario che può far danni al nostro paese e alla causa del socialismo». Dunque tagliare ogni legame non rappresenta un dramma.

La battaglia per la leadership

Con questa agenda nel 2015 ha riacceso l’entusiasmo dei militanti più anziani del partito, a disagio con le ricette messe a punto dai teorici della Terza Via guidati da Anthony Giddens, di molte sigle sindacali e di gruppi in precedenza autonomi che hanno sostenuto la sua candidatura dopo che i loro aderenti si sono iscritti al Labour versando una somma modesta: appena tre sterline. La nuova battaglia per la leadership si è resa necessaria dopo che lo scorso luglio era esploso il conflitto con il gruppo parlamentare.

Chiamati a esprimersi su una mozione di sfiducia nei confronti di Corbyn, oltre centosettanta eletti di Westminster avevano votato per le dimissioni e solo quaranta lo avevano sostenuto. Lui, in risposta, si è ripresentato perché, sostiene, «gli iscritti sono con me e ho il dovere di non deluderli». Peccato che gli resti oggi una parte quasi residuale degli elettori (appena il diciotto per cento, secondo tutti i sondaggi) e che con Corbyn alla guida il Labour sia destinato a rimanere all’opposizione molto a lungo.

Pochi giorni fa l’Economist ha affermato in un editoriale che la caduta dei consensi per il Labour rappresenta un rischio per la democrazia inglese perché apre la strada per un tempo indefinito a Theresa May in mancanza di credibili alternative. Dall’autunno del 2015 gli studiosi si interrogano sui motivi del successo di Corbyn all’interno del Labour che si accompagna al crollo verticale dei voti. Nel suo recente Corbyn. The Strange Rebirth of Radical Politics un osservatore attento e imparziale come Richard Seymour sostiene che l’ascesa dell’attempato parlamentare londinese, a Westminster dal 1983, va legata alla crisi di molte forze socialdemocratiche nell’intera Europa causata dalla deregulation, dai processi di globalizzazione, dalla crisi economica e dai tagli di bilancio che le regole comuni e i trattati Ue hanno imposto.

Se in Grecia o in Spagna sono nate nuove formazioni, in Gran Bretagna gli esponenti radicali hanno conquistato un partito di antica tradizione senza però riuscire per ora ad attrarre consenso, anzi allontanando i moderati. Aggiunge Seymour che la conferma di Corbyn è destinata ad allargare la distanza tra militanti e potenziali elettori. Che in assenza di ricette ritenute valide farebbero crescere il numero degli astenuti.

La strategia contro Cameron

Impossibile ignorare che tra i principali ispiratori del programma di Corbyn lo scorso anno c’era Hilary Ben, figlio di Tony Ben detto «barone rosso», aristocratico con un’anima estremista e antimonarchica che ha per decenni combattuto a viso aperto contro «gli smidollati socialdemocratici con cui sono costretto convivere alla Camera dei Lords».

Hilary Ben è poi entrato nel governo ombra di Corbyn dal quale è stato estromesso per aver espresso critiche alle scelte del leader che non manca di tratti dittatoriali e, se vuole, sa essere aggressivo e feroce con chi pure condivide la sua battaglia ideale. In termini di strategia, poi, Corbyn – che da parlamentare ha votato almeno 800 volte in dissenso con il partito –non è un genio.

Durante la campagna referendaria dello scorso giugno, pur esprimendosi ufficialmente contro l’uscita dalla Ue, ha ripetutamente inviato email a molti responsabili delle strutture periferiche laburiste invitandoli a non impegnarsi troppo. Perché, secondo lui, ciò che davvero contava era che Cameron uscisse sconfitto. Senza rendersi conto che la caduta del premier avrebbe aperto la strada a un governo marcatamente orientato a destra.

Il monopartitismo egemone

A smentire le previsioni degli ottimisti a oltranza sulle possibilità di vittoria del Labour alle prossime elezioni ha provveduto una ricerca proposta la scorsa settimana a Londra. Secondo gli analisti di Opinium and Social Market Foundation, riferisce l’Observer, il settantasette per cento dei votanti si colloca al centro, sia pure con sfumature diverse (centrosinistra, centro e centrodestra) e solo il diciotto per cento ritiene Corbyn un primo ministro affidabile, mentre il quarantasette per cento lo giudica appartenente alla sinistra estrema.

Con il risultato che una simulazione dei seggi spettanti alle diverse forze alla Camera dei Comuni nel 2020, se la tendenza non muterà, assegna ai conservatori una maggioranza assoluta ancora più ampia di quella di cui ora dispongono e un risultato per i laburisti tra i peggiori della loro storia ultracentenaria. Senza contare che la rigidità di Corbyn potrebbe spingere una parte considerevole dei parlamentari a uscire dal partito e magari a candidarsi con i liberaldemocratici. Indebolendo ulteriormente il fronte delle opposizioni.

È, in sostanza, lo scenario del monopartitismo egemone che l’Economist disegna con preoccupazione. Corbyn, però, non sembra cruciarsi troppo per le notizie negative che lo riguardano. «Per me la cosa davvero importante è il favore dei militanti», ha detto in un recente dibattito pubblico. Che la maggioranza degli elettori la pensi in maniera diversa rispetto a lui gli appare forse un dettaglio di scarso rilievo.

 

 

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