Corbyn, l’outsider che scompiglia il Labour

Esteri
epa04875620 Candidiate for British Labour Party leader Jeremy Corbyn listens during a press conference in London, Britain, 07 August 2015. Corbyn announced his environmental policies to supporters and the media.  EPA/ANDY RAIN

Contrario all’austerity e pacifista, svetta nei sondaggi per la leadership del partito

Vecchio stile. Barba più bianca che grigia, l’aria sgualcita, come gli abiti un po’ stazzonati e anche loro vecchio stampo. Gira in bici, è un pacifista storico, crede che la sinistra non possa ragionare con la logica dell’austerità e delle politiche neoliberiste.

Sembra uscito da un’altra epoca eppure piace soprattutto agli under 30. Quando Jeremy Corbyn, 66 anni, deputato di lungo corso, è entrato nella corsa per la leadership laburista – la prima che vede l’elettorato Labour chiamato direttamente a votare – sembrava più un personaggio folcloristico, lo zio stravagante che c’è in ogni famiglia. E adesso che svetta nei sondaggi e distanzia di almeno venti punti i candidati più centristi – Yvette Cooper e Andy Burnham – e di ben 31 la blairiana Liz Kendall, ex ministro ombra della sanità, nel Labour cominciano ad agitarsi.

E anche la stampa, Guardian incluso, suona l’allarme su che cosa potrebbe accadere se davvero Corbyn dovesse vincere la leadership del partito. «Il mondo è pronto per i suoi sandali e calzini bianchi?», ironizza Michael White prima di spiegare che il rischio del populismo si nasconde dietro il candore del buon vecchio Jeremy. Quello che sembra scuotere – soprattutto l’ala blairiana del Labour – è che l’eventuale elezione di Corbyn suonerebbe come una smentita delle analisi del dopo voto del maggio scorso, che ha lasciato i laburisti con 100 deputati in meno e una sfilza di domande sul che fare. Allora la ricetta più accreditata – almeno nei commenti nei giornali – era quella del New Labour: per poter tornare a vincere serve più centro e meno sinistra.

La lettura di Corbyn è diametralmente opposta: gli elettori hanno votato le spalle a un partito che non offre nulla di più che una versione light delle politiche tory, un’austerità appena corretta. Come quando a metà luglio, la leader ad interim del Labour Harriet Harman ha sottoscritto senza fiatare i tagli degli sgravi fiscali previsti per le famiglie, promossi dal governo Cameron: un pezzo del partito si è sollevato, mostrando una linea di frattura interna su quale debba essere il dna del partito.

Movimentista L’idea di Corbyn è che la politica parlamentare e le linee guida dell’establishment laburista non sono tutto. Su internet ha trovato un suo seguito, ma lui teorizza la necessità del contatto diretto con gli elettori sia un comizio, o una trasmissione in diretta tv. Lo chiamano movimentista, affiliandolo alla famiglia che va da Podemos a Syriza: la sinistra populista, quella che ha tante belle idee, di un mondo più giusto e più buono, ma poi non sa come procedere quando si viene al dunque uno Tsipras in salsa britannica che vuole ridurre le tasse universitarie, triplicate da Cameron, e gli affitti sulle case, e che ha molto da ridire sull’Europa, su questa Europa così com’è. Una posizione che Pat McFadden, responsabile laburista per la Ue ha affiancato polemicamente persino a Nigel Farage. La frase più affilata l’ha detta però Tony Blair. «Se il cuore degli elettori è con Corbyn, dovrebbero fare un trapianto cardiaco», ha detto, mettendo in guardia dal rischio di un ripiegamento verso una «piattaforma tradizionale di sinistra».

Altri leader del New Labour non sono stati da meno. C’è chi ha parlato di suicidio politico, di «desiderio di morte» del Labour. Corbyn ha replicato al fuoco di fila dei blairiani con parole d’altri tempi – «Se non si è d’accordo con me lo si dice, ma da amici e da compagni» all’occasione però non ha esitato a dire che Blair «dovrebbe essere chiamato a rispondere di crimini di guerra per il conflitto in Iraq», una guerra illegale. Iniezione di tesserati Sulla stampa corrono voci di possibili complotti anti-Corbyn, per aggirare una sua – a questo punto probabile – vittoria. Si moltiplicano gli appelli ad unire le forze su un’unica alternativa, appelli finora caduti nel vuoto. I commentatori sono concordi almeno su una cosa. Che l’irruzione di Corbyn sulla scena ha trasformato quella che poteva essere una campagna sonnolenta e senza sale, in un vero dibattito su dove vuole andare il Labour. Nel calderone della polemica è finito inevitabilmente lo strumento che ha permesso a un “impresentabile” Corbyn di scivolare in prima linea.

Sotto accusa è il sistema del voto diretto, introdotto da Ed Miliband lo scorso anno. Bastano tre sterline per registrarsi e partecipare: si vota dal 14 agosto al 10 settembre, il 12 i risultati. E l’improvvisa impennata di iscrizioni ha fatto drizzare le antenne. Secondo quanto riferisce il Guardian, ci sarebbe stata un’iniezione di tesserati arrivati dritti dritti da formazioni a sinistra del Labour: i Verdi in primo luogo, ma anche Left Unity, il partito fondato dal regista Ken Loach nel 2013, e Trade Unione and Socialist coalition. Finora sarebbero state contate 250 persone, già candidate o notoriamente aderenti ad altri partiti. E per quanto i vertici Lab spieghino che le richieste vanno tutte vagliate e che il via libera non è automatico, le acque non sono tranquille: da maggio il numero degli iscritti è passato da 270.000 a oltre 320.000.

Qualcuno suggerisce un’inchiesta e ricorda che negli anni 70-80 i troskisti tentarono di colonizzare il partito. Ma Corbyn ha incassato il sostegno del maggior numero di collegi elettorali e ha dalla sua i sindacati. Metterlo da parte non sarà poi così facile.

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