COP21, proseguono i negoziati: resta la questione finanziamenti

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Clima COP21

Cento miliardi di dollari per i Paesi poveri che dovranno provenire da quelli sviluppati. Confermato l’impegno dell’Italia

Dopo la pausa domenicale, oggi a Le Bourget è iniziata la seconda settimana della COP21, che dovrebbe portare entro venerdì all’approvazione del nuovo accordo globale sul clima (ma già i negoziatori più navigati sono convinti che si andrà avanti almeno fino a sabato). Ormai comunque non ci sono dubbi: l’accordo questa volta ci sarà. Merito della determinazione del governo francese, dei vertici di Onu e Unfccc, ma anche del clima radicalmente cambiato rispetto al flop di Copenhagen 2009.

La certezza di un accordo è positiva, ma molti si chiedono che prezzo si dovrà pagare per raggiungerlo. La bozza di testo approvata nella plenaria di sabato scorso è ancora piena di frasi tra parentesi, quindi non condivise, mentre manca delle cifre chiave, tipo entro quando vanno raggiunti gli obiettivi e, soprattutto, quali sono gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Todd Stern, che era a capo della delegazione degli Stati Uniti anche cinque anni fa a Copenhagen, ha detto che “si sta formando una coalizione di nazioni con ambizioni alte”, ammettendo implicitamente che altri Paesi intendono restarne fuori.

Due nodi centrali restano ancora irrisolti. Il primo è il fatidico limite di aumento di temperatura da considerare come obiettivo al 2100. Uno studio recente delle Nazioni Unite lo abbassa da due gradi a 1.5° C e molte nazioni, con in testa quelle europee e le piccole isole, vorrebbero introdurre questo nuovo target nel testo. Altri paesi non ne vogliono sapere, a partire dall’Arabia Saudita che non accetta nemmeno che il dato di 1.5° C venga menzionato nel testo. Ci sono poi le revisioni periodiche degli obiettivi volontari presentati dagli Stati, che sarebbero utili per alzare il tiro in corso d’opera in caso di condizioni economiche o tecnologiche più favorevoli di oggi. Anche in questo caso molte nazioni sono contrarie.

Resta poi la questione dei finanziamenti, i 100 miliardi di dollari da trasferire attraverso il Green Climate Fund ai paesi più poveri a partire dal 2020. Secondo il principio delle “responsabilità condivise ma differenziate” contenuto nel testo della convenzione Onu da cui nacque il Protocollo di Kyoto, questi fondi dovranno provenire dai paesi sviluppati. Renzi ha confermato l’impegno dell’Italia: quattro miliardi l’anno a partire dal 2020. Il nodo è quello delle grandi economie in rapida crescita, come la Cina e l’India, che tecnicamente non fanno parte dei paesi sviluppati. E se la Cina già lo scorso settembre aveva annunciato di destinare tre miliardi al fondo, l’India ha ribadito di non volerne sapere.

Oggi i negoziati sono ripresi con grande intensità. Gruppi paralleli stanno cercando di eliminare le famigerate parentesi quadre dal testo, mentre sono state convocate molte  cosiddette informal-informal, le riunioni dove gruppi di paesi interessati discutono di singoli aspetti dell’accordo.

 

FOTO EPA/IAN LANGSDON

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