COP21, l’accordo sul clima slitta a domani

Clima
Eifell sedie bistrot COP21

Sulla definizione della soglia massima di aumento della temperatura si è scelta l’opzione intermedia

Secondo il programma ufficiale quella di oggi sarebbe l’ultima giornata della COP21, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ma non lo sarà. Anche il presidente del summit Laurent Fabius si è arreso: fino a ieri sera aveva promesso di presentare il testo finale entro stasera. Dopo la seconda notte consecutiva di negoziati a oltranza, stamattina ha dichiarato che il testo non potrà essere pronto prima di sabato mattina. Del resto già la penultimate version di ieri è arrivata in ritardo e la sessione plenaria di presentazione è stata convocata prima alle 15, poi alle 19 e infine alle 21.

La nuova bozza dell’accordo è molto migliorata. Il documento si è ridotto a 27 pagine e meno di 19.000 parole, quasi la metà della prima versione presentata il 10 novembre. Quanto alle brackets, le famigerate parentesi quadre che racchiudono le frasi non ancora condivise, ne sono rimaste solo 48 (erano ancora 361 nel testo presentato il giorno precedente). Queste analisi sono elaborate e aggiornate in tempo reale dal sito parisagreement.org

 

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Riguardo al punto cruciale della definizione di soglia massima di aumento della temperatura alla fine del secolo, tra le tre opzioni presentate ieri è rimasta solo quella intermedia, come era ovvio. Di fronte a opinioni divergenti il “punto di caduta” è il compromesso, così l’accordo ora parla di “mantenere la temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C di riscaldamento rispetto al livello preindustriale e sforzarsi di mantenere l’incremento a 1.5 °C, riconoscendo che questo ridurrebbe in modo significativo i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici”.

Se il riferimento esplicito alla soglia di 1.5 °C aumenta la cosiddetta “ambizione” dell’accordo (anche se non è vincolante), al contrario sono spariti dal testo i riferimenti alla decarbonizzazione, ovvero a quando rinunciare ai combustibili fossili. Gli ambientalisti chiedevano di fissare il 2050 come termine, la bozza di mercoledì lasciava aperte due opzioni: 40-70 per cento oppure 70-90 per cento entro il 2050. Il nuovo testo annacqua molto il concetto: spariscono percentuali e date e si parla solo di “raggiungere il picco di emissioni prima possibile” e “impegnarsi per raggiungere le emissioni zero nella seconda metà del secolo”.

Le ong lamentano anche la scarsa attenzione del trattato ai temi sociali e il fatto che non vengano nemmeno nominate le emissioni prodotte dai trasporti navali e aerei, che non sono riconducibili ai singoli stati. Solo il trasporto aereo produce più del 5 per cento delle emissioni globali, ed è in rapida ascesa. Sulla revisione degli impegni nazionali invece è mantenuta la richiesta di una verifica degli obiettivi nel 2020 per chi ha presentato piani con scadenza al 2030, e da allora ulteriori “tagliandi” ogni cinque anni, nella speranza che progresso tecnologico e sviluppo economico permettano target più ambiziosi.

I nodi da sciogliere restano quelli dei finanziamenti per i paesi più poveri, i livelli di impegno di paesi ricchi e nazioni in via di sviluppo (le famose responsabilità differenziate) e lo spinoso capitolo del loss and damage, le compensazioni che dovrebbero ricevere i paesi più gravemente colpiti dal cambiamento climatico. Questo tema ha aspetti legali rilevanti che preoccupano l’occidente e soprattutto gli Usa, terrorizzati dall’idea di enormi richieste di risarcimento da parte dei paesi più poveri.

L’atmosfera generale resta di moderato ottimismo. Anche l’allungamento dei tempi era ampiamente previsto: la COP20 di Lima dello scorso anno finì 36 ore dopo il termine fissato, e si discutevano solo documenti di indirizzo. Al termine del lungo percorso attraverso i padiglioni di Le Bourget è stata costruita una tour Eiffel composta da centinaia di sedie da bistrot in ferro. Due simboli della Francia, dove ora sono stati affissi molti messaggi che incitano a trovare un accordo.

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