Cop 21, tutti gli interessi in gioco

Clima
COP-21 Eiffel

Un problema universale da affrontare con impegni nazionali. Sul vertice di Parigi si scatenano richieste contrapposte

La tempesta dei 150 capi di stato arrivati lunedì a Le Bourget è passata senza incidenti e ieri la COP 21 è entrata nel vivo con la plenaria di apertura: adozione dell’agenda dei lavori e dichiarazioni politiche preliminari da parte dei gruppi di nazioni e dei nove major groups della società civile riconosciuti dalle Nazioni Unite (donne, agricoltori, governi locali, industria, giovani, popolazioni indigene, sindacati, accademia e ricerca, Ong ambientaliste).

Alcuni interventi hanno sollevato nuovamente l’importanza di alzare l’asticella dell’obiettivo finale: non un aumento massimo della temperatura media della terra di 2° C al 2100, ma di un grado e mezzo, che studi accreditati indicano come reale indice di cautela. La richiesta è venuta da Angola a nome di LDC, Least Developed Countries, il gruppo dei 49 paesi meno sviluppati; da Maldive a nome di AOSIS, il gruppo dei 39 piccoli stati insulari; dai rappresentanti dei governi locali e delle donne.

La Cina, che ha parlato a nome anche di Brasile, India e Sud Africa, ha auspicato che i lavori si svolgano in modo “aperto, trasparente e inclusivo” e che l’accordo finale rispecchi il principio delle CBDR e delle rispettive capacità. Dietro il misterioso acronimo CBDR si cela il tema centrale dei negoziati sul clima e una delle questioni più complesse: le common but differentiated responsibilities. Le cbdr sono citate fin dal Protocollo di Kyoto, per sottolineare che il problema è universale, ma i contributi dei singoli Stati per risolverlo non lo sono. Non a caso il Protocollo di Kyoto chiedeva impegni solo ai paesi Ocse.

Oggi da parte di tutti c’è la volontà di fare la propria parte, come dimostrano gli impegni nazionali che sono stati ufficialmente presentati da 183 nazioni, ma i paesi poveri ed emergenti invocano diverse modalità. Il pregresso conta, e non a caso nel suo intervento di lunedì Barack Obama si è scusato per quanto l’America ha fatto nel passato, incurante delle conseguenze ambientali del proprio sviluppo industriale e sociale. Altrettanto non a caso il premier indiano Narendra Modi ha ribadito che il suo paese continuerà a utilizzare i combustibili fossili nella sua impetuosa crescita economica. Nel suo intervento il delegato cinese ha anche raccomandato all’Occidente di avviare da oggi al 2020 un progressivo incremento dei finanziamenti ai paesi in via di sviluppo, che secondo il documento approvato nella COP 17 di Durban del 2011 dovranno raggiungere nel 2020 i 100 miliardi di dollari l’anno. I negoziati saranno complessi e non a caso il presidente della COP Laurent Fabius nel suo intervento di apertura di lunedì aveva raccomandato ai delegati di “concentrarsi sulla sostanza”.

Nel frattempo la COP di Parigi ha già battuto un altro primato, risultando di gran lunga la più presente sui social media. Ieri sono stati pubblicati oltre 350mila tweets con l’hastag COP 21. Il riepilogo e i trend sono alla pagina climatetalkslive.org.

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