Italia 2017: anatomia di un colpo di Stato

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Scafarto, le indagini manomesse, i punti oscuri

“Nel marzo del 2017 in Italia venne perpetrato un colpo di Stato“: scriveranno così i libri di storia sui quali studieranno i nostri nipoti. Sarà un capitolo importante della recente storia italiana nel quale si racconterà di un tentativo di rovesciare il governo del Paese in quel momento presieduto da Matteo Renzi.

Mentre ne scriviamo oggi naturalmente non sappiamo i nomi dei burattinai del tentato golpe, e nemmeno ne conosciamo a fondo dettagli, personaggi, conseguenze.

Nulla al momento sappiamo dell’esito dell’inchiesta Consip, entro la quale il tentativo prese corpo. Non avendo accesso a fonti dirette né essendo abituati a svuotare i cestini dell’immondizia delle Procure, ci affidiamo alle cronache, quelle condotte da cronisti ad alto tasso di professionalità, quelli che non hanno bisogno di scooppettini per vendere qualche copia dell’house organ delle procure diretto da Travaglio o un po’ di libri di Lillo in più.

A noi pare una vicenda piena di cose strane, ma questo non conta nulla: per fortuna indaga una delle migliori Procure d’Italia, quella di Roma, subentrata a degli inquirenti su cui sta indagando il Csm.

Però sappiamo per certo che nell’anno di grazia 2017 in Italia c’è qualcuno che ha lavorato scientemente per colpire il presidente del Consiglio, il governo, il suo partito. Un golpe non deve essere necessariamente armi in pugno, occupazione della televisione e dei posti chiave della Capitale. Si può fare anche manomettendo atti giudiziari.

Andiamo al nocciolo. Al caso-Scafarto. Una storia di ordinario depistaggio, intricata trama di veleni, gerarchie, sottomissioni, millantato credito.

Scrive Claudia Fusani sul suo blog: “A questi che sono i filoni storici s’è aggiunta negli ultimi mesi l’indagine su chi ha fatto le indagini: il nucleo del Noe dei carabinieri a cui a fine febbraio è stata tolta l’indagine. In questo ambito sono indagati il capitano Gianpaolo Scafarto (falso documentale e ideologico) e il suo capo numero 2, il colonnello Alessandro Sessa, questa volta per depistaggio. La chat del gruppo di Scafarto acquisita su Whatsapp e i riscontri con sottufficiali impegnati nelle indagini già sentiti dai pm romani, raccontano, secondo l’accusa, di un’inchiesta che a un certo punto avrebbe lasciato da parte i fatti per inseguire un obiettivo politico, e cioè inguaiare Renzi Sr. Con inevitabili conseguenze sul figlio, all’epoca ancora premier”.

Punire il padre per educare il figlio: pochi dubbi su questo. Renzi figlio, chiaramente più politicamente smaliziato di Tiziano, intuisce la trappola e si sfoga duramente col padre in una telefonata intercettata non si sa quanto legalmente e pubblicata illegalmente dal Fatto di Marco Travaglio e contenuta nell’ultima opera di Marco Lillo.

Il tentato colpo di Stato teso a mettere in crisi il governo Renzi tramite la fabbricazione di false prove ruota, come detto, intorno alla figura di Gianpaolo Scafarto, capitano del Noe, che è il braccio investigativo a disposizione della Procura napoletana dove il pm Henry John Woodcock dirige l’inchiesta Consip (poi passata a Roma per competenza territoriale).

E’ Scafarto, per esempio, che assembla i pezzetti di carta finiti nel cestino dell’imprenditore Alfredo Romeo (tuttora in carcere), quelli con la mitica scritta “T.R.”, il “pizzino” che “incastrerebbe” Tiziano Renzi. Una prima bufala.

E’ Scafarto che accredita la tesi che attrbuisce a Romeo la famosa frase su Tiziano in realtà pronunciata da Italo Bocchino.

E’ Scafarto che accredita la bugia sul coinvolgimento dei servizi segreti. Come scrivono Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi su Repubblica”il carabiniere scelto Biancu e il brigadiere Locci lo avvisarono tempestivamente che il sospetto che le indagini del reparto sul conto dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo fossero monitorate da uomini dei servizi segreti non solo non aveva fondamento ma, per giunta, era smentito da una prova contraria”.

E’ Scafarto, soprattutto, ad affannarsi non a cercare le prove ma a falsificarle – come ha scritto Annalisa Chirico sul Foglio – “per avvalorare una tesi”. E la “tesi” era semplice, mettere nei guai Tiziano Renzi, fino ad arrestarlo: “Remooo, ascoltala subito (una certa intercettazione-ndr) questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano”, come emerge da una ormai leggendaria chat.

Ma è Scafarto a essere incastrato. “Gli accertamenti fin qui espletati – spiega la Procura di Roma al momento di togliere l’incarico al Noe – hanno evidenziato che le indagini del procedimento a carico dei Alfredo Romeo sono state oggetto di ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto”. Quando gli uomini di Pignatone si trovano davanti Scafarto, vedono un uomo che prima si avvale della facoltà di non rispondere ma poi un po’ nega, un po’ minimizza, un po’ chiama in causa Woodcock.

In effetti, Scafarto chiama in causa un sacco di gente, Woodcock innanzi tutto. Lo “scoop” è di Francesco Grignetti sulla Stampa.

Qui il pezzo di Fiorenza Sarzanini e Fulvio Fiano sul Corriere della Sera.

“Posso aver commesso errori ma non c’è stato dolo”, dice Scafarto ai magistrati romani. Certo, come no. La credibilità dell’uomo del Noe è ormai ridottissima. Ne scrive su Incammino Carmine Fotia.

E noi sul sito Unità.tv chiediamo chi ci sia dietro questo golpe da operetta. E intitoliamo il pezzo “Enough is enough”, ora basta. Speriamo.

 

 


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