“Non mi fermeranno”: il presidente del parco dei Nebrodi reagisce dopo il fallito attentato

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Antoci è salvo in passato era stato fatto oggetto di intimidazioni per le sue denunce sulla mafia dei pascoli

“Se pensano con il piombo di stanotte di avere fermato la mia azione di legalità, si sbagliano di grosso. Perché più passano le ore e più penso di essere dalla parte giusta e non mi fermerò qui”, dice Giuseppe Antoci, dopo il fallito attentato di stanotte nel messinese. on a fianco la moglie e le tre figlie in lacrime.

Antoci, presidente del parco dei Nebrodi, era accompagnato dall’auto di scorta: uno degli agenti ha risposto al fuoco ferendo uno dei malviventi. Altre volte in precedenza Antoci era stato fatto oggetto di intimidazioni per le sue denunce sulla mafia dei pascoli.

Il presidente del parco dei Nebrodi stava rientrando da Cesarò dove aveva partecipato a una manifestazione. Oltre all’agente della scorta che ha esploso colpi contro i malviventi, al conflitto a fuoco ha partecipato anche l’equipaggio di una seconda macchina della Polizia con a bordo il dirigente del commissariato di Stato di Sant’Agata di Militello Daniele Manganaro. Le indagini sono condotte dalla polizia, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Messina.

L’episodio rappresenterebbe il culmine di una strategia intimidatoria ricondotta alla mafia del pascolo. La reazione rabbiosa di clan ancora legati all’affare della terra, e che assieme ad Antoci ha avuto tra i suoi obiettivi anche il presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta che in passato ha presentato un dossier alla procura descrivendo gli appetiti delle cosche su questo versante. Una strategia fatta di molotov, proiettili, lettere intimidatorie.

“Ne avete per poco tu e Crocetta. Morirete scannati”, si leggeva in una minacciosa missiva recapitata a dicembre 2014 negli uffici del Parco dei Nebrodi di Sant’Agata di Militello. A luglio 2015, invece, una molotov con la scritta “Ve ne dovete andare”, era stata fatta trovare presso le aree attrezzate di Piano Cicogna a Cesarò (Messina), per molti anni chiuse e inutilizzate e da alcuni mesi affidate in gestione a un gruppo di giovani. “Coloro che pensano che, attraverso questi ignobili segnali, si possa ritornare al passato, fermando l’opera di lotta all’illegalità, stiano certi che ciò non accadrà, non si arretrerà di un passo”, era stata la risposta del dirigente.

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