Con Zoro nella Jungle di Calais. Il reportage iper realista

Televisione
Il conduttore di Gazebo, Diego Bianchi durante un servizio tra i migranti in Ungheria. ROMA 25 settembre 2015 ANSA/CLAUDIO ACCOGL

L’inchiesta di Diego Bianchi non racconta, porta con sé il telespettatore. Con ironia

Bagliori verdastri che accendono volti nella semioscurità, incappucciati per fermare il vento freddo del Nord. In un lampo appaiono fantasmi in jeans, anime in pena che con le mani si aprono sprazzi di libertà in un rete, ogni giorno richiusi e ogni notte riaperti. Welcome to the jungle: il viaggio nel fango della baraccopoli dei rifugiati che Zoro, con la sua agilissima videocamera a mano, ha mostrato domenica sera a Gazebo, il programma di RaiTre diventato sempre più «suola e tacchi show» con inchieste sulle rotte dei migranti, o sul caporalato, situazioni fatte vivere in tempo reale anche dal telespettatore sul divano. Così, al confine tra due mondi, tra la punta d’Europa e l’isolamento del Regno Unito, la memoria fascinosa delle “bianche scogliere di Dover” è inzaccherata dagli scarponi di quattromila persone in cammino. Baraccopoli per altro sgombrata ieri, come annunciato da Diego Bianchi: le prime duecento di settecento persone sono state portare poco più in là nei container asettici, più ordinati e controllabili, ma dove sarà difficile ricostruire la vita dell’attesa.

Nella Jungle di Calais vive un’umanità che cerca tutti i modi per oltrepassare la Manica: saltano sui camion oltre un recinto elettrificato, s’infilano nel treno sotto all’Eurotunnel ma l’Inghilterra li rimbalza indietro, o azzardano l’arrembaggio di una nave. Una tela di Penelope della speranza, che si disfa ogni giorno e che ha trovato una sua quotidianeità in questa striscia di terra nel Nord della Francia dove, per altro il Front National si è radicato nell’odio per il diverso. Ad aiutare i profughi sono i volontari, anche italiani. Ma quello di Zoro non è solo un reportage , è un pezzo di vita vissuta nella realtà scelta per l’inchiesta stessa, denunciando la durezza di una condizione ma, allo stesso tempo, alleggerendone la drammaticità con le scanzonate osservazioni di un road movie un po’ trash e alla romana. Tostissimo, per altro: corri corri per evitare la granuola di lacrimogeni che, nel buio, la polizia francese spara sulle tende dei migranti, un pianto di bambino rivela che ci dormono famiglie intere, anche se le donne sono invisibili. Insieme al fish-eye sulla faccia di Zoro e al simpatico cronista Francesco scopriamo che la polizia mira sui rifugiati, ma a scatenare la bagarre sono i fascisti.

Un viaggio iper realista: ci si infila nelle baracche dove la vita ha ripreso il ritmo quotidiano, il tè dell’accoglienza, la musica della geografia che si ricompone sull’orlo della Manica. Zoro va dappertutto e chi guarda anche: canta con i sudanesi, mangia con gli afghani, balla con gli eritrei, va a “fare shopping” nello spaccio allestito dai profughi, fa nascere un’amicizia on the road con Osama, profugo siriano dal sorriso gentile che ci prova e ci riprova, a fare il salto dopo un viaggio di Paese in Paese sul mappamondo. E diventa un amico anche del telespettatore: “Scialla”, oh, facci sapere se ci riesci, gli dice Zoro. “Inshallah”, è la risposta.

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