Con Molière provaci ancora Paolo

Teatro
paolo rossi moliere

Il gioco nel gioco di Rossi, in un nuovo incontro con il genio francese. Una specie di “arte della commedia” dove non è detto che tutto funzioni

È dagli inizi del 2000 con Questa sera si recita Molière” che monsieur Poquelin in arte Molière, fa parte ufficialmente del mondo di Paolo Rossi. Là il mondo del grande maestro del Seicento entrava di sguincio: era un contenitore, l’immagine, il sogno di un teatro in libertà dove si poteva dire tutto, regno dell’improvvisazione che aveva però regole da rispettare a partire dai tempi comici. Poi ci sono stati tanti personaggi, tanta attualità a prendersi tutto lo spazio, ma Molière, soprattutto quel suo modo di pensare la compagnia come una famiglia, i vezzi e i vizi degli attori e in primis delle attrici erano sempre presenti, spesso citati. Oggi Paolo Rossi ci ripropone un nuovo incontro con il suo nume in Molière: la recita di Versailles di Massini, Rossi, Solari, in scena al Piccolo Teatro Strehler. Se il punto di partenza di questo spettacolo è L’improvvisazione di Versailles scritto nel 1663 a tambur battente in pochissime ore su richiesta di Luigi XIV, in realtà qui del genio francese ci sono solo dei frammenti (a questo credo si riduca l’apporto di Stefano Massini) del Misantropo, del Tartufo e del Malato immaginario. Per il resto prendono il sopravvento il Paolino Molierino come il nostro si definisce, il suo mondo, i suoi sberleffi, le sue idiosincrasie, quel recitare comicamente sfasato al quale Rossi ci ha abituato, con il contributo degli artisti dei Virtuosi del Carso che eseguono dal vivo le canzoni di Gianmaria Testa. Una specie di «arte della commedia» dove non è detto che tutto funzioni, dove si discetta sul modo di recitare perché oggi lo fanno tutti: «i commercialisti, i dottori, i politici. Quelli che recitano peggio sono gli attori se continuano a recitare alla vecchia maniera».

Così sul palcoscenico – dove fin dall’inizio attori e musicisti sono tutti lì ad aspettare il pubblico con il copione in mano per segnalare una provvisorietà che ovviamente non esiste – si dà vita a un gioco nel gioco, sullo sfondo di intrighi familiari e no, di famiglie allargate e no in un continuo avanti e indietro. Ma bisogna fare in fretta perché l’orologio elettronico sulla parete di fondo (scene di Elisabetta Gabbioneta) scandisce inesorabile il passare del tempo. E intanto si buttano lì battute che non graffiano sul partito delle Nazione, sulla corruzione che si mescolano a quelle più divertenti sull’incubo del vuoto di memoria che «è meglio che accada in teatro piuttosto che in sala operatoria» (Jannacci). Ma ecco finalmente Paolino Molierino e gli attori dare vita ad alcune scene dai più famosi testi molieriani, che sono fra i momenti più riusciti di questo spettacolo: c’è, per esempio, Alceste il Misantropo che il bravo Mario Sala rende alla perfezione con ironico distacco, ecco Tartufo dove uno stralunato Rossi-Orgone sta sotto il tavolo per smascherare l’infingardo baciapile e si addormenta, invano invocato dalla moglie che vorrebbe essere salvata. Ma quando sanno che gli spettatori saranno dei religiosi ecco gli attori pronti a travestirsi da frati e preti – Rossi addirittura da papa -, un papa speciale che cammina a fatica e che «è anche papà», veste bianca, scarpe rosse, basco con stella rossa alla Che Guevara, pronto a concedere il matrimonio per i gay «che sono gli unici a volersi sposare oggi» e intanto gli vengono offerte bevande che non beve e che ammazzano sul colpo chi lo fa al posto suo…

Messo in scena come una specie di hellzapoppin’,di confusione organizzata, da Giampiero Solari, lo spettacolo mostra qualche rallentamento di troppo malgrado il gran lavoro del gruppo capitanato da Paolo Rossi ( fra gli altri Lucia Vasini, Fulvio Falzarano, Paolo Grossi, Emanuele Dall’Aquila …). Ma per dirla proprio tutta: provaci ancora con Molière, Paolo.

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