Come verrà eletto il Presidente della Repubblica con la riforma

Referendum
L'Aula della Camera durante il voto (5°scrutinio) per l'elezione del Presidente della Repubblica, Roma, 20 aprile 2013. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Con la riforma la maggioranza non potrà più eleggere il Presidente della Repubblica da sola

Uno dei motivi di polemica intorno alla riforma costituzionale riguarda la modifica delle modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Nella Costituzione vigente la platea elettorale per l’elezione del Presidente della Repubblica è composta dai 630 deputati, 315 senatori, dai senatori a vita e dai 58 delegati regionali per un totale di oltre 1000 delegati (il numero esatto dipende dal numero dei senatori a vita).

Modificando la composizione e i numeri del Senato è logico che si sia dovuto modificare anche l’articolo 83 della Costituzione (quello che regola l’elezione del presidente). Con la riforma l’elettorato passa dagli oltre 1000 delegati a 730. Infatti la platea elettorale sarà composta dai 630 deputati e dai 100 senatori. Vengono esclusi dall’elezione i 58 delegati regionali. Questa esclusione è dovuta alla composizione del nuovo Senato che rappresenterà gli enti territoriali. La legittimazione del Capo dello Stato viene, dunque, salvaguardata, poiché all’elezione parteciperanno non solo i rappresentati politici nazionali, ossia i deputati, ma anche quelli territoriali, ossia i componenti del Senato.

Ma veniamo alla parte che più è stata discussa, vale a dire il quorum per l’elezione. L’attuale Costituzione prevede che per le prime tre votazioni il Presidente debba essere eletto dai 2/3 del Parlamento in seduta comune, mentre dalla quarta elezione è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti del corpo elettorale. Con la riforma il quorum dei primi 3 scrutini non cambia (vale a dire che sono necessari i 2/3 dei componenti vale a dire 487 voti.). Dal quarto al sesto scrutinio la riforma prevede che il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto (438 voti), mentre dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. 

Il quorum dunque con la riforma viene innalzato (3/5 sono il 60%, mentre la maggioranza assoluta sono il 50%+1), ma le polemiche sono scaturite per la formula che vede dal settimo scrutinio in poi il quorum dei 3/5 abbassato dagli aventi diritto ai votanti effettivi. Secondo i sostenitori del No questa formula consentirebbe ad una minoranza in Parlamento di eleggere il Presidente della Repubblica.

Se consideriamo che alle elezioni del Presidente partecipa in media il 98,5% degli aventi diritto e che nel caso non si trovi un accordo le opposizioni normalmente non escono dall’Aula, si capisce come queste preoccupazioni siano del tutto infondate. Il merito di questa riforma è che, al contrario di quanto accade con la Costituzione vigente, per eleggere il Presidente della Repubblica servirà un accordo tra formazioni politiche avversarie, e la maggioranza non potrà più scegliere da sola.


 

>>> Leggi anche: Che cos’è il Cnel e quanto costa

>>> Leggi anche: Quali saranno le competenze del nuovo Senato

>>> Leggi anche: Come verranno eletti i nuovi senatori se vince il Sì

>>> Leggi anche: Come sarà il nuovo Senato se passa la riforma

>>> Leggi anche: Cosa succede alle Province se vince il Sì

>>> Leggi anche: Come cambiano le competenze tra Stato e Regioni

>>> Leggi anche: Perché con le riforme la parità di genere diventa realtà

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli