Come funziona l’elezione al Consiglio di sicurezza dell’Onu

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L’Italia punta a conquistare un seggio non permanente nella votazione di domani. Ecco le regole e i criteri per vincere la sfida

Si riunirà domani l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per eleggere i prossimi cinque membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, in sostituzione di Angola, Malesia, Nuova Zelanda, Spagna e Venezuela. I nuovi eletti entreranno in carica il primo gennaio 2017 e vedranno scadere il loro mandato il 31 dicembre 2018.

Gli altri cinque membri non permanenti, in carica per il biennio 2016-2017, sono Egitto, Giappone, Senegal, Ucraina e Uruguay. A questi si sommano naturalmente i cinque membri permanenti, con diritto di veto sulle decisioni più importanti: Usa, Regno Unito, Francia, Russia e Cina (i vincitori della Seconda guerra mondiale).

Com’è noto, l’Italia punta a ottenere per il prossimo biennio il seggio spettante ai Paesi dell’Europa occidentale e ha avviato per questo una “campagna elettorale”, che vede impegnati il premier Matteo Renzi, il ministro Paolo Gentiloni e lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella. Seppur non esistano delle candidature ufficiali, a competere contro il nostro Paese ci sono Olanda e Svezia. L’Italia appare comunque favorita.

L’obiettivo da raggiungere è quota 129 voti all’interno dell’Assemblea. Per essere eletti, infatti, bisogna ottenere un numero di preferenze pari ai due terzi dei membri presenti e votanti alla riunione (articolo 18 dello Statuto dell’Onu). Ma di norma tutti i 193 Stati membri partecipano a questi importanti appuntamenti.

Ufficialmente, il criterio per valutare le candidature è il contributo dato dai singoli Paesi che aspirano al seggio al “mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. Un contributo che si declina essenzialmente nella partecipazione a operazioni di peacekeeping sotto l’egida dell’Onu. Ma sono tenuti in considerazione anche la rappresentanza di un gruppo demografico consistente (non tanto in termini della popolazione del singolo Paese, quanto soprattutto dell’insieme di Stati geograficamente contigui), l’esperienza precedente in ruoli di leadership internazionale, il contributo finanziario al budget dell’Organizzazione. Incidono negativamente nella scelta, invece, l’insicurezza interna e la contemporanea candidatura anche ad altri incarichi di rilievo internazionale.

Al di là di queste motivazioni formali, comunque, vale soprattutto la rete di alleanze che i candidati riescono a stringere con gli altri Stati membri. E per questo ha molta importanza il lavoro diplomatico che viene svolto nei mesi precedenti la votazione.

I rappresentanti in Assemblea generale esprimono una preferenza per ogni seggio da attribuire in base all’area geografica: in questo turno spetteranno due posti al gruppo Europa occidentale e altri Stati (per intesa, un Paese europeo e uno “esterno”) e uno ciascuno all’Africa, all’Asia e a Sud America-Paesi caraibici. Se all’interno di un gruppo non viene raggiunta la maggioranza richiesta dei due terzi, la votazione viene ripetuta. Accadde così, ad esempio, per l’elezione della Spagna – membro europeo uscente – che due anni fa subì al primo turno la concorrenza della Turchia, per poi superare l’asticella delle 129 preferenze alla seconda votazione.

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