Come cambiano referendum e leggi di iniziativa popolare

Referendum
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Se passa la riforma, saranno possibili quesiti propositivi. Inoltre i cittadini che presentano proposte di nuove norme avranno la certezza che il testo verrà discusso in Parlamento

La riforma costituzionale modifica gli istituti di democrazia diretta e gli strumenti di partecipazione già presenti nel nostro ordinamento e ne istituisce uno nuovo, il referendum propositivo e di indirizzo, ancora da regolare con successiva legge costituzionale.

Leggi di iniziativa popolare

Per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, che sono strumenti di iniziativa legislativa attraverso i quali i cittadini possono presentare al Parlamento o alle Regioni un progetto di legge, la riforma Boschi introduce all’articolo 71 della Costituzione due modifiche sostanziali. Da un lato, il requisito di 50 mila firme necessarie per la presentazione di un disegno di legge viene aumentato a 150 mila, ovvero triplicato, fermo restando il termine di sei mesi per la raccolta.

Dall’altro lato, però, viene introdotto il principio che la discussione e la deliberazione in merito ai disegni di legge di iniziativa popolare deve essere garantita, secondo tempi certi, da stabilire nei regolamenti parlamentari. In sostanza, tali disegni di legge di iniziativa popolare devono obbligatoriamente essere calendarizzati e discussi dal Parlamento in tempi ragion e voli.

Più firme ma iter certo

Una decisa inversione di rotta, dato che storicamente questo tipo di proposte finiscono seppellite nei cassetti di Montecitorio: durante questa legislatura, così come nelle precedenti, nemmeno una legge di iniziativa popolare è stata approvata. Un vero peccato e un freno notevole all’azione politica collettiva, di cui hanno fatto le spese nel tempo provvedimenti potenzialmente importanti, come il divieto di candidati “impresentabili” nelle liste, o meno realistici, come l’abolizione di Equitalia. Da questo punto di vista, l’aumento a 150 mila firme rappresenta nelle intenzioni del legislatore un filtro per non intasare a vuoto l’attività parlamentare, dato che non sarà più possibile ignorare tali proposte.

Spiega Peppino Calderisi, ex Radicale esperto di quesiti referendari e sistemi elettorali: «Adesso c’è la garanzia dell’esame e del voto conclusivo dell’iter, positivo o negativo che sia. Finora, senza copertura costituzionale, i regolamenti parlamentari non potevano contenere norme cogenti».

Consultazione popolare

Per quanto riguarda il referendum, le firme necessarie per la richiesta restano 500 mila ovvero 5 consigli regionali, con il quorum di partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto. Nel caso in cui, invece, le firme raccolte dai promotori fossero almeno 800 mila, il quorum di partecipazione scende e si abbassa alla maggioranza dei votanti dell’ultima tornata elettorale.

Una modifica, secondo alcuni costituzionalisti, parametrata sull’adeguamento della popolazione italiana dal ‘48 a oggi. È un’opzione che renderà più difficile far fallire le consultazioni popolari grazie al semplice disimpegno, facendo piazza pulita di molti escamotage: «Con il quorum così alto, finora la gara è stata non tra Sì e No bensì tra chi si impegna e chi fa campagna per l’astensione – osserva Calderisi – D’ora in poi, invece, grazie al quorum più basso, conterà solo l’astensione politica e non quella fisiologica».

Referendum propositivi

Infine, la riforma introduce nell’ordinamento per la prima volta a livello nazionale la possibilità di un referendum propositivo e di indirizzo. Quali forme potrà prendere questo nuovo istituto si vedrà, dato che la sua disciplina è rinviata a una successiva legge costituzionale. Un istituto che presenterà anche dei rischi, in un momento in cui l’Europa si interroga sull’uso del referendum, dopo il Brexit e la scelta svizzera anti-transfrontalieri italiani? Ad avviso di molti studiosi, saranno inevitabili paletti precisi. Non soltanto gli stessi che la Carta impone ai referendum abrogativi (ratifica di trattati internazionali, leggi di bilancio o fiscali, amnistia e indulto), ma l’ulteriore limite di non alterare gli equilibri di finanza pubblica, già approdato all’attenzione dei padri costituenti.

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