Come cambia la politica

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epa05074707 Socialist Party General Secretary and candidate for presidency Pedro Sanchez (C) salutes supportes as he arrives to the national election last rally held in Fuenlabrada, Madrid, Spain, on 18 December 2015. Spanish national election will be held next 20 December.  EPA/ZIPI

Spagna, Francia. Anche in Gran Bretagna un terzo partito, Ukip, ha conquistato risultati clamorosi, sostituendosi ai liberali come terza forza della politica inglese. E in Italia?

Oggi tocca alla Spagna. Le previsioni elettorali sono incerte, come sempre. Si immagina una prevalenza del partito popolare di Mariano Rajoy ma non ci sono indicazioni credibili sull’identità del partito che dovrebbe arrivare secondo. L’incertezza riguarda la nuova formazione di Ciudadanos o il Partito Socialista. Più distanziato sembra il movimento Podemos che, dopo una fiammata iniziale, sembra conoscere una riduzione del consenso.

Tuttavia quello che è certo è che anche dalle urne iberiche uscirà un nuovo panorama politico. Le cose accadono con una tale velocità che si fa fatica a dare loro ordine, senso, razionalità. Ma è un dato di fatto che alcuni dei più importanti paesi europei non hanno più un assetto sostanzialmente bipolare, come è stato per quasi tutto il tempo trascorso dalla seconda guerra mondiale. Il conflitto tra popolari moderati e sinistra socialista è oggi superato da una situazione di maggiore frammentazione e dall’ irrompere di forze nuove, spesso non semplicemente identificabili con il tradizionale conflitto destra – sinistra. Il voto spagnolo credo dirà questo. Il movimento Ciudadanos di Rivera è difficilmente collocabile sia nel conflitto moderati progressisti che nella categoria dei movimenti di protesta populista. È qualcosa di diverso. Agisce in politica, tanto da dichiarare la disponibilità a far nascere un governo del partito popolare con una astensione. Anche se, coda velenosa, pone la condizione, indigeribile al centro, che a dirigerlo non sia Rajoy. Dunque esiste anche il rischio che un grande paese dell’Unione conosca una fase di instabilità.

In Francia si è salutato con grandi entusiasmi il risultato del turno di ballottaggio per le regionali. Non c’è dubbio che sia stata positiva la reazione di una parte dell’elettorato che, rinunciando all’astensione, è tornato alle urne per sbarrare la strada al Front National. Ma non condivido, sinceramente, un’ enfasi eccessiva. Il dato di fatto è che oggi nel paese che fu guidato da Mitterrand e Jospin e oggi vede Hollande come presidente ,il primo partito nazionale è il movimento di Marine le Pen. Il secondo è il fonte dei “ Republicains” fondato da quel Sarkozy che uscì sconfitto da alle elezioni presidenziali. E lo schieramento che, tra desistenze e abbandoni, si è compattato al ballottaggio è solamente un fronte “ contro”. Non esiste una maggioranza programmatica e di governo possibile tra la destra e la sinistra. E dunque ora si è evitato il peggio ma quel grande paese oggi ha un sistema politico mutato e una forte presenza di una destra estrema capace però di intercettare voto popolare, paura delle diversità, sentimenti di orgoglio nazionale e generica rivolta antipolitica. Qualcosa di diverso, si sbaglierebbe a non capirlo, dal vecchio Front National del fondatore Le Pen. La Francia non è più la stessa, altro che entusiasmi.

Spagna, Francia. Anche in Gran Bretagna un terzo partito, Ukip, ha conquistato risultati clamorosi, sostituendosi ai liberali come terza forza della politica inglese. E in Italia ? Chi si fosse preso la briga di seguire questi editoriali nelle settimane passate ricorderà che , ormai molti mesi orsono, mi permisi di segnalare l’emergere, all’orizzonte, di un nuovo bipolarismo italiano che mutava uno dei componenti tradizionali del conflitto che ha attraversato il paese dopo il 1989 e dopo la fine dei partiti del Novecento. Il riformismo di centro sinistra non avrebbe avuto, secondo la mia analisi, come avversario principale una destra ormai esausta e senza guida e leadership ma la complessità di un movimento come Cinque stelle. Il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera conferma questa possibilità e indica, con il beneficio di inventario che si deve alle rilevazioni degli umori politici, che tra il Pd e la formazione di Grillo esisterebbero ormai solo due punti di scarto e che, in caso di ballottaggio, vincerebbero i penta stellati che quindi sarebbero in condizione di governare il paese.

Infatti si potrebbe creare il paradosso che elettorati “opposti” come quelli, ad esempio, della Lega e dell’estrema sinistra potrebbero , al secondo turno, preferire in maggioranza o in parte i cinque stelle al Pd. Bisogna analizzare con freddezza questo dato e non sottovalutare che, nelle previsioni, il Pd è dato sopra il trenta per cento, risultato che, in elezioni politiche, raggiunse e superò solo nel 2008.

Una grande forza riformista, il cui consenso elettorale sarebbe superiore a quello di tutte le forze di sinistra in Europa. Un dato rilevante. Dunque non bisogna smarrire il senso di un cammino, non bisogna farsi prendere dall’ansia o, peggio, dividersi e indebolire il governo che vede impegnato, al massimo livello, il Partito Democratico. Bisogna semmai dedicarsi con grandissima determinazione ad approvare tutte le misure che possono far crescere l’economia e il lavoro. All’appuntamento elettorale, alla scadenza della legislatura, ci si deve arrivare con un paese che abbia ricominciato a crescere e produrre occupazione quanto può e deve. A quel momento il riformismo deve poter rivendicare di avere, ancora una volta, portato il paese fuori dalla crisi. Come fu con il governo Ciampi e con il primo di Romano Prodi. E deve poter rivendicare di avere attuato quelle riforme che hanno modernizzato l’ Italia e l’ hanno messa in condizione di ricominciare a correre. È la sfida del governo quella che deciderà il futuro politico dell’ Italia. Dunque occorre , mi pare, un doppio movimento. Da una parte il sostegno leale della maggioranza e del Pd all’esecutivo e dall’altra il più alto sforzo di innovazione riformista che si possa immaginare. Di fronte all’evoluzione del quadro politico ci vuole, nel governo, più innovazione e più riformismo, non il contrario.

Mi è già capitato di dire, su queste colonne, quanta attenzione si debba prestare al rischio di un astensionismo di “ sinistra” , alla possibilità che una parte dell’elettorato riformista si possa mettere ai margini, possa disimpegnarsi. L’ idea di fondo della nascita del Pd era saldare storie diverse, non giustapponendole ma fondendole in una nuova ,compiuta , identità propria, autonoma. Un elettore di sinistra deve sentire che il profilo dell’azione politica, programmatica, ideale del suo partito di riferimento lo riguarda.

La sinistra o è capace di declinare i suoi valori nella società moderna o è destinata al minoritarismo. Bisogna ripeterlo, sempre. Al tempo stesso bisogna rispondere a quella domanda di “ senso” , a quel bisogno di forte nutrimento ideale e valoriali che è inscritto, quasi per dna, nella coscienza civile di chi si sente di sinistra. Per questo ripeto il mio convincimento che sia inopportuno alimentare un dibattito attorno a un non meglio precisato “ Partito della nazione” che è , per me, il contrario di quella vocazione maggioritaria del centro sinistra per la quale il Pd è nato. È’ un equilibrio difficile. Ma nel 2008 e oggi, a giudicare dai sondaggi, si è riusciti a camminare su quella stretta trave. Io sento che ora ci vuole ancora più cura, attenzione, capacità inclusiva. Ci vuole di far sempre capire che ogni gesto , ogni decisione, corrisponde a una visione della società. E corrisponde a dei valori, forti. Perché dopo l’ottantanove si sono superate , giustamente, le ideologie. La sfida di ieri e di oggi è di sostituirle con gli ideali, quelli che rendono la politica non una tecnica per pochi ma una passione carica di senso . Una passione da vivere insieme.

 

(Nella foto il segretario del Parito socialista, Pedro Sanchez)

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