Come cambia il senso del referendum sulle trivelle dopo Bersani

Pd
Pierluigi Bersani durante il convegno ''Innovazione e contrattazione. La proposta di CGIL,  CISL e UIL per un nuovo modello di relazioni industriali", Roma, 5 Febbraio  2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La minoranza dem perde nella sua battaglia per il Sì i due padri nobili, l’ex segretario e Prodi

Il primo colpo di freno era arrivato con la decisione di Matteo Renzi di lasciare a elettori e militanti dem la libertà di partecipare o meno al referendum del 17 aprile. Non una smentita della posizione pro-astensione già espressa dai vicesegretari Guerini e Serracchiani, che rimane l’indicazione formale del Pd confermata anche a grande maggioranza dalla Direzione di lunedì scorso, ma un passo avanti verso chi temeva (non solo nella minoranza) che questa scelta avrebbe condizionato anche gli appuntamenti elettorali successivi e il senso stesso della partecipazione democratica.

La minoranza si era compattata sugli scudi, ma la mano tesa di Renzi ha consentito di abbassare i toni, anche se la polemica non è spenta ancora del tutto. D’altra parte, anche diversi giuristi e costituzionalisti confermano che l’invito all’astensione può essere una posizione legittima in caso di un referendum che prevede un quorum da raggiungere.

A cambiare ulteriormente la prospettiva del fronte anti-renziano del partito ci hanno pensato i due padri nobili di quell’area: Romano Prodi e Pier Luigi Bersani. Il primo già da qualche giorno aveva confermato la propria indicazione per il No, definendo “un suicidio” l’eventuale vittoria del Sì, in nome di una politica energetica che affonda le proprie radici nei programmi dell’Ulivo. E alle stesse radici non poteva non essere sensibile anche quello che fu il ministro dell’Industria del primo governo Prodi e il ministro dello Sviluppo economico nel secondo esecutivo guidato dal Professore. Da qui, dopo qualche giorno di riflessione, l’indicazione arrivata esplicitamente oggi dalle colonne del Corsera in favore del No.

L’effetto politico non è tanto quello della spaccatura all’interno della minoranza: in passaggi come questo, è comprensibile che ci siano posizioni diverse anche all’interno di settori politicamente o ideologicamente affini. D’altra parte, sono divisi perfino gli ambientalisti. Quello che mancherà, o quanto meno si ridimensionerà, sarà il possibile effetto politico negativo del referendum, in caso di raggiungimento del quorum e vittoria del Sì, sul governo Renzi e sullo stesso Pd. Esattamente quello che rischiava di gonfiarsi dopo il caso Guidi.

Non solo Speranza (sul quale incide anche la sua provenienza lucana, un po’ come quella radicale porta Giachetti a smarcarsi dal resto dei renziani e andare al voto), ma anche Gotor, Stumpo, Zoggia, Pegorer, Lattuca e altri fedelissimi bersaniani impegnati in prima fila per il Sì, saranno costretti in questa campagna a rimanere legati strettamente al merito del quesito, senza condirlo di significati politici che li porterebbero immediatamente a mostrarsi più vicini a Cinquestelle e Berlusconi che ai loro più solidi riferimenti. Non solo personali, ma perfino ideali: dall’Ulivo all'”identità costitutiva del Pd”, basata anche su “una coscienza ambientalista moderna”. Parole pronunciate qualche giorno fa da Gotor, che – messe così – oggi considererebbero perfino Bersani estraneo a quella identità.

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