Depenalizzato il reato di coltivazione della cannabis: ecco cosa vuol dire

Salute
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Depenalizzato il reato di coltivazione per uso terapeutico. Il prossimo passo sarà la legalizzazione?

Il reato per la coltivazione della cannabis è stato depenalizzato. Ma attenzione: il provvedimento non coinvolge tutti ma riguarda esclusivamente i soggetti autorizzati alla coltivazione per uso terapeutico. Per queste persone il reato non sarà più penale ma diventa un “semplice” illecito amministrativo. Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri, riunito per esaminare un pacchetto più ampio di depenalizzazioni, che ha l’obiettivo primario di decongestionare le aule dei Tribunali da reati di minore pericolosità.

Nonostante le polemiche politiche dei giorni scorsi, quindi, chiunque coltivi cannabis sul proprio terrazzo di casa rischia ancora di essere detenuto in carcere. Le novità riguardano soltanto i pazienti curati con farmaci a base di cannabis che, se coltiveranno in autonomia le piante nelle proprie abitazioni, andranno incontro ad una sanzione amministrativa pecunaria da 5mila a 30mila euro, così come è scritto nel testo redatto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando.

In Italia la cura con farmaci a base di cannabis è stata introdotta per legge nel 2006 con un provvedimento che andava a riconoscere le proprietà terapeutiche del THC (tetraidrocannabinolo), uno dei principi attivi della cannabis. Con un decreto ministeriale l’allora ministro della Salute, Livia Turco, inserì questa sostanza tra quelle che possono essere utilizzate a fini terapeutici. In mancanza di una legge nazionale, fu data libertà di legiferare alle singoli regioni.

Ma per ottenere questi farmaci c’era la necessità di importarli dall’estero, soprattutto dall’Olanda. Per ridurre i tempi e i costi, nel 2014 i ministri della Salute e della Difesa hanno firmato un accordo per dare il via alla coltivazione e lavorazione delle piante per produrre la sostanza utile per finalità terapeutiche: la cosiddetta marijuana di Stato, prodotta dallo stabilimento chimico militare di Firenze.

I soggetti privati rimangono quindi esclusi dalla possibilità di coltivare, anche per uso medico, ma c’è qualcuno che scommette che presto anche questa situazione verrà sbloccata. Pochi giorni infatti fa è uscito un comunicato stampa della società Nativa che afferma “il 2016 sarà l’anno della legalizzazione della marijuana e abbiamo deciso di scommettere su questo. Una volta che il mercato sarà emerso saranno tante le possibili strade per interfacciarsi con questa opportunità e noi abbiamo passato buona parte del 2015 a studiare la migliore strategia di marketing concretizzando un’idea di business che avevamo in mente da tempo, studiandone costi, criticità e fattibilità”. Il piano di Nativa è quello di aprire negozi monomarca nelle principali città italiane, organizzare coltivazioni anche all’aperto in zone come Chianti, Salento e Cilento per creare un prodotto 100% naturale. Si tratta di “elevare la marijuana a prodotto di eccellenza, che unisce la sapienza indiscussa dei nostri agricoltori a un know how specifico che l’Italia ha sempre avuto nella coltivazione della cannabis”.

Un’idea non del tutto campata in aria se si pensa che alcuni stati americani hanno puntato su questo tipo di business e hanno avuto guadagni inaspettati, da miliardi di dollari. Anche in Italia si stima che la legalizzazione della cannabis potrebbe portare ad un giro di affari tra i 6 e gli 8 miliardi di euro annui derivati soltanto dalle tasse.

In Parlamento se ne comincia a discutere seriamente. La deputata Pd, Anna Miotto, relatrice per la commissione Affari Sociali, ha lanciato un ciclo di audizioni sul progetto di legge recante disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati, che partirà a fine gennaio.

 

 

 

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