Climate change, l’ultima occasione

Ambiente
climate-change

In gioco c’è il primo accordo vincolante a livello mondiale, dopo il fallimento di Kyoto. Da domani i termini dell’intesa saranno discussi da 195 Paesi, in vista della Conferenza di Parigi

L a Francia accoglierà dal 30 novembre all’11 dicembre la 21esima Conferenza delle Nazioni Unite contro il cambiamento climatico. La 21esima COP si terrà a Bourget, Seine-Saint-Denis. Sono previsti più di 40.000 partecipanti tra le 195 delegazioni degli Stati, la società civile – le imprese, le Ong, il mondo della ricerca, gli enti locali, i sindacati – e i media di tutto il mondo. Da domani fino al 23 ottobre a Bonn i rappresentati di 195 Paesi discuteranno il testo del futuro accordo durante l’ultima sessione negoziale prima dell’apertura della Conferenza. I negoziati di Parigi dovrebbero consentire ai partner mondiali di concludere un accordo storico e ambizioso per mantenere al di sotto dei 2°C il riscaldamento climatico. La presidenza e l’organizzazione della conferenza sono affidate a Laurent Fabius, ministro degli Esteri e dello Sviluppo internazionale, con la responsabilità dei negoziati multilaterali. A Ségolène Royal, ministro dell’Ecologia, dello sviluppo sostenibile e dell’energia, la responsabilità di costruire la posizione europea e il coordinamento di tutte le parti interessate non governative.

Che cos’è una COP
La «COP21» è la 21esima Conferenza delle parti («Conference of the Parties») della convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Questa Convenzione che rappresenta il principale trattato internazionale sul clima, riconosce l’esistenza di un cambiamento climatico di origine umana e attribuisce innanzitutto ai paesi industrializzati la responsabilità di contrastare questo fenomeno. È stata ratificata da 195 Stati (ai quali bisogna aggiungere l’Unione europea). Le decisioni possono essere prese all’unanimità o con il consenso delle parti.

Le tappe (fallite) prima di Parigi
Il protocollo di Kyoto è stato il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante che aveva come obiettivo la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Firmato nel 1997 è entrato in vigore nel 2005, ma si applica solo a 55 paesi industrializzati che rappresentano il 55% delle emissioni globali di CO2 rispetto ai livelli del 1990. Il protocollo aveva come obiettivo di ridurre di almeno il 5% le emissioni di sei gas serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto e vari composti alogenati), tra il 2008 e il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Mentre alcuni Stati hanno rispettato gli impegni, i grandi Paesi inquinatori non hanno raggiunto i loro obiettivi: gli Stati Uniti non l’hanno mai ratificato, il Canada e la Russia si sono ritirati e la Cina diventata il primo emettitore mondiale di gas effetto serra non era interessata. Ormai obsoleto, il protocollo di Kyoto durerà fino al 2020 e sarà poi sostituito da un nuovo testo, che dovrebbe essere approvato a Parigi. Nel 2009, l’ultima Conferenza mondiale si tenne a Copenaghen, in Danimarca, e doveva permettere di rinegoziare un accordo. In quell’occasione la sfida era di coinvolgere non solo i Paesi Industrializzati ma anche quelli in via di sviluppo, per sostituire il protocollo di Kyoto. Ma dopo due anni di negoziati il vertice si concluse con un fallimento: da una parte si affermava la necessità di limitare il riscaldamento del Pianeta sotto la soglia dei 2°, dall’altro il testo approvato non comportava alcun impegno preciso di riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra. Gli appuntamenti di Durban (Africa del Sud), Doha (Qatar), Varsavia (Polonia) e Lima (Perù), hanno avuto tutte come obiettivo di preparare l’accordo nel 2015.

Gli obiettivi di Parigi
L’obiettivo è di concludere il primo accordo globale e vincolante, a partire dal 2020 applicabile a 195 paesi per limitare l’aumento della temperatura sopra ai 2 °C rispetto all’età preindustriale. Il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite che si occupa di valutare i cambiamenti climatici stima che la temperatura sulla superficie terrestre è aumentata di 0,85°C in media dal 1880 e crescerà dallo 0,3 al 4,8 °C da qui al 2100 in funzione della crescita delle emissioni di gas serra. L’accordo di Parigi ha come scopo prima di tutto la riduzione dei gas serra. Ogni paese potrà presentare entro la fine di ottobre i propri impegni nazionali di riduzione. Tuttavia gli Stati mantengono la facoltàdi decidere modi e tempi per raggiungerli. L’Unione europea si è impegnata a diminuire le proprie emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Mentre gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo di riduzione dal 26% al 28 % entro il 2025 rispetto al 2005. Il secondo punto chiave stabilisce il finanziamento per l’adattamento ai cambiamenti climatici. A Copenaghen nel 2009, i paesi sviluppati si sono impegnati a mobilitare $ 100 miliardi l’anno entro il 2020, in fondi pubblici e privati , per consentire ai paesi in via di sviluppo di impegnarsi e indirizzare le loro economie verso un modello più sostenibile. Una parte di questi fondi deve passare attraverso il Fondo verde per il clima, un meccanismo finanziario creato dalle Nazioni Unite. Ai primi di giugno del 2015, dei 10 miliardi di dollari (9,2 miliardi di euro) promessi da una trentina di Paesi per finanziare questo fondo, solo 4 miliardi di dollari sono stati effettivamente versati dagli Stati.

Gli ostacoli all’accordo
I principali punti critici sono tutti riconducibili al conflitto tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi ritengono che la responsabilitàsia prima di tutto da attribuire ai Paesi industrializzati e per questo rifiutano l’imposizione delle stesse restrizioni. Per i Paesi industrializzati questo schema non è più attuale: la Cina è diventata il più grande inquinatore del mondo, l’India il terzo. L’obiettivo dei negoziati è pertanto quello di limitare le emissioni di gas a effetto serra senza limitare il diritto allo sviluppo dei paesi emergenti. Un’altra questione delicata è la scelta di meccanismi che permetteranno di monitorare gli impegni degli Stati. Come misurare gli sforzi fatti? Come collocare l’accordo in una prospettiva di lungo termine? Per sperare di concludere un accordo solido, i negoziatori dell’UNFCCC devono convincere gli Stati membri particolarmente riluttanti, come l’Australia, il cui governo conservatore ha posizioni molto scettiche quelle questioni climatiche. Inoltre si dovranno prendere in considerazione anche le richieste degli Stati insulari, i più vulnerabili alle conseguenze del cambiamento climatico, che contestano la soglia dei 2° C ritenendo che il riscaldamento non debba superare la soglia di 1,5° C. Il rischio per le piccole isole, infatti, è che tutto o parte dei loro territori possano scomparire a causa dell’aumento del livello del mare.

Vedi anche

Altri articoli