Clima: un conto alla rovescia lungo 23 anni

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Il lungo percorso, segnato da speranze e delusioni, per giungere all’accordo di Parigi

In principio c’era l’euforia di Rio. Poi il tira e molla di Kyoto. A Copenhagen lacrime e sangue. A Varsavia i pugni sul tavolo. La storia della Convenzione Onu sugli accordi climatici, che si riunisce ogni anno in seno alle Conferenze delle Parti (COP), è sempre stata scandita da speranze, tensioni, proteste, delusioni. In tante arene dove affluivano capi di Stato e di governo con ministri al seguito, i tecnocrati in giacca e cravatta e i rappresentanti di Ong perennemente preoccupate, sono nati acronimi impronunciabili e differenze fino a domenica insolubili. Un accordo è stato raggiunto solo ventitré anni dopo il primo summit della Terra. Fino ad oggi il combinato di geopolitica, diplomazia, economia e bluff aveva apportato ben poco al processo negoziale delle Nazioni Unite.

1992, Rio de Janeiro

Tutto era cominciato piuttosto bene. A giugno 1992 a Rio de Janeiro, 120 capi di Stato e di governo si riunirono per il festoso Summit della Terra. Come ogni dieci anni dal 1972, al centro del dibattito c’erano la demografia, le attività economiche, l’uso e l’abuso delle risorse naturali. Ma quel vertice non fu come gli altri. Due anni prima, il primo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC, creata nel 1988), aveva evidenziato, sulla base dei progressi della scienza climatica, il rischio connesso alla crescente concentrazione di gas serra (GHG) nell’atmosfera. In un clima di grande entusiasmo, il Vertice della Terra partorì la Convenzione Quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici che suscitò la rapida adesione di molti Paesi e molti osservatori la consacrarono come un grande successo di multilateralismo ambientale e l’inizio di una nuova era di cooperazione internazionale. La Convenzione stabilì Summit annuali a partire dal 1995 e prevedeva di  stabilizzare la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello tale da impedire pericolose “interferenze antropogeniche” con il sistema climatico. Senza però prevedere vincoli e senza imporre limiti di emissione. Già agli albori erano presenti tutti i grandi fallimenti successivi.  1995, Berlino Sull’onda dell’entusiasmo dello “spirito di Rio “, mentre il rapporto IPCC stabiliva in modo chiaro il rapporto tra il cambiamento climatico e attività umane, i  negoziatori “progettano” un trattato che obbliga i paesi industrializzati a ridurre le loro emissioni.

1997, il Protocollo di Kyoto

Per ridurre le emissioni, gli europei arrivano in Giappone nel dicembre 1997 con l’idea di applicare una tassa sul carbonio, mentre gli americani vogliono stabilire un mercato delle quote. È quest’ultimo a prevalere. Dopo una lunga trattativa, viene siglato il Protocollo di Kyoto che crea un sistema di permessi di emissione, stabilisce l’acquisto e la vendita di quote tra 38 paesi industrializzati e inquinatori storici, che si dichiarano “pronti ad assumere impegni”. Inizia un periodo di speranza. I Paesi ricchi si impegnano in modo vincolante a ridurre le loro emissioni. Tuttavia, era chiaro che l’accordo non avrebbe retto. Gli Usa, con il presidente Clinton, condizionarono la ratifica a un impegno diretto della Cina e degli altri Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi dichiararono che essendo i paesi industrializzati i responsabili non avrebbero condiviso nessun onere.

2000, la COP6 dell’Aia

Nel vertice le discussioni furono addirittura rinviate all’anno successivo. Dopo due settimane, furono sospesi i negoziati sulle modalità di attuazione del protocollo di Kyoto. L’intransigenza di Usa, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda, che volevano ridurre meccanismi di flessibilità del Protocollo, bloccarono il vertice. Mentre si incassava il primo fallimento, negli Usa George W. Bush vinceva le elezioni nel gennaio 2001. Due mesi dopo, la Casa Bianca annunciò che non avrebbe ratificato gli accordi per non rallentare l’economia e perché i Paesi in via di sviluppo non erano disponibili a prendere impegni. La “fuga” degli Usa è il preludio a un lungo periodo di immobilismo.

2001 Marrakesh

I negoziati continuarono sottotraccia e con scarse speranze. La traduzione giuridica del Protocollo venne definita dalla COP7 a Marrakesh nel novembre 2001. Furono assegnati ai paesi firmatari obiettivi di riduzione delle emissioni. L’impegno prevedeva una diminuzione del 5,3% di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Il Protocollo di Kyoto entrò in vigore nel 2005, dopo la ratifica della Russia. I suoi difetti erano evidenti: l’assenza degli Stati Uniti, un periodo di impegno molto breve (2008-2012), nessun controllo e nessuna sanzione. In ogni caso ha avuto il merito di  inserire il cambiamento climatico nell’agenda politica.

2004, Montreal

La COP 11 di Montreal tentò lo slancio. Erano gli anni del boom di paesi come Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, il “Brics”, le economie emergenti. Il rapporto dell’economista britannico Nicholas Stern nel 2006, calcolava il “costo dell’inazione climatica”: non fare nulla avrebbe avuto conseguenze devastanti per le economie mondiali. L’anno successivo, il IV rapporto IPCC mostrava i pericoli dell’aumento di temperatura. Iniziano anni di dibattiti retorici, segnati anche dal negazionismo sponsorizzato dalle Big Oil.

2009 Copenaghen

La COP15 era l’ultima speranza per ritrovare lo spirito di Kyoto. La posta in gioco era ambiziosa: formulare un obiettivo di lungo termine, decidere la forma giuridica del trattato, definire finanziamenti adeguati. Il tutto con forti linee di divisione tra Nord e Sud del mondo. La violenta crisi economica, l’impennata della crescita cinese che diventava il primo inquinatore mondiale (dal 6% di emissioni globali nel 1973 al 22% nel 2008), la responsabilita storica dei paesi industrializzati e il diritto allo sviluppo dei paesi poveri erano gli elementi di contrasto che determinarono il naufragio. La caotica organizzazione non lasciava presagire nulla di buono: 46mila delegati erano al Bella Center, un centro congressi che ne poteva ospitare al massimo 15mila. Molti capi di Stato, il russo Medvedev e il brasiliano Lula, lasciarono la conferenza prima della fine, il braccio di ferro tra Usa e Cina finì in un’inedita alleanza per preservare la  “sovranità nazionale” e impedì qualsiasi obiettivo vincolante. Il testo fissava la soglia dei 2° C come limite massimo per l’aumento della temperatura, non determinando però alcun obiettivo numerico per la riduzione delle emissioni. Creato un fondo di 100mila dollari all’anno a partire dal 2020 per i Paesi in via di sviluppo per accelerare la transizione energetica. Ma senza impegni. Un nuovo fiasco.

2010, Cancun

Si riesce nella missione impossibile di rivitalizzare i negoziati: approvate le decisioni di Copenaghen, introdotto un processo di trasparenza, istituito il Fondo Verde per la mitigazione e meccanismi per ridurre la deforestazione.

2011, Durban

Dal vertice di Durban uscì una “piattaforma” per un accordo universale e vincolante da siglare nel 2015. Dopo il disastroso bilancio del primo periodo d’impegno di Kyoto terminato nel 2012, i paesi industrializzati hanno ridotto di poco le loro emissioni (14 miliardi di tonnellate di CO2 anno tra il 1990 e il 2012) e i paesi in via di sviluppo le hanno aumentate per oltre 20 miliardi di tonnellate. Oltre agli Usa, anche Canada, Giappone, Russia e Nuova Zelanda si erano ritirati dal Protocollo, facendo crescere le loro emissioni. Il Canada giunge al 28% e, come gli Usa, scopre giacimenti di combustibili non convenzionali: le sabbie bituminose e lo shale gas. Il primo ministro Stephen Harper dice nel 2006: «Il Protocollo di Kyoto è solo un regime socialista per succhiare soldi ai paesi più ricchi». Amen.

2013, Varsavia

È il vertice del digiuno del negoziatore filippino Yeb Sano. In seduta plenaria, esortò, in lacrime, i paesi ricchi a prendere le misure necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici. Ma è rimasto famoso per essere stata la”COP del carbone”: oltre ai negoziati dell’Onu, la capitale polacca ospitò anche un summit sul “carbone pulito”. E fu anche il summit delle sedie vuote. I Paesi in via di sviluppo lasciarono le trattative a tre giorni dalla fine, disgustati dalle differenze insormontabili, come le Ong.

2015, Parigi

Sembrano lontani anni luce gli altri vertici. L’accordo della COP 21 è un passo in avanti ambizioso. Impegna tutti i paesi con forma giuridicamente vincolante, e con finanziamenti per aiutare il sud del mondo. I paesi dovranno rispettare i loro piani di riduzione delle emissioni di gas serra.

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