Clima, in campo anche il Papa e Ban Ki Moon per il pianeta

Ambiente
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Una foto tratta dal profilo Facebook di Kerstin Langenberger Photography, Roma, 16 Settembre 2015.

A Parigi la 21a Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici

Ci siamo, il countdown è iniziato. Il 30 novembre 2015 inizierà a Parigi la 21a Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Dietro la rigidità dei protocolli diplomatici si riconosce l’importanza di questo appuntamento: dagli accordi che si prenderanno dipende una parte importante del futuro nostro e del nostro pianeta. Per arrivarci preparati, i Paesi partecipanti stanno lavorando da mesi con negoziati intermedi, per arrivare a un accordo condiviso già prima dell’apertura dei lavori parigini. È un percorso lungo, che possiamo seguire brevemente per capire quali sono i punti cruciali che – se tutto andrà bene – si dovranno decidere a Parigi. Le premesse dell’accordo sono state concordate l’anno scorso, alla conferenza sul clima che si è tenuta a Lima in dicembre. L’accordo di Parigi sembrava già delineato in Perù, dove si è approvato un documento sintetico che determinava in 37 pagine gli obiettivi principali da raggiungere per contrastare il global warming. L’accordo, però, scontentava molti Paesi, le cui proposte non erano state accettate. Così, già in febbraio del 2015, il Segretariato delle Nazioni Unite ha convocato un negoziato intermedio, per ricostruire il rapporto di fiducia con gli scontenti. Il testo approvato a Lima è stato rimesso in discussione, e aperto all’inserzione di paragrafi nuovi proposti dai diversi Paesi.

La procedura non ha giovato alla chiarezza e alla semplicità del testo. Il documento, che nella sua versione originale era piuttosto snello, è cresciuto rapidamente fino ad arrivare ad oltre 80 pagine. Rendendo, di fatto, la sua gestione molto complicata. Il Geneva Negotiating Text risulta essere infatti un testo poco coerente, un insieme di paragrafi tra loro sconnessi e spesso alternativi. E allora la successiva riunione negoziale ha assunto come principale compito quello di risistemare il testo uscito da Ginevra. È stato necessario un lungo lavoro di editing del testo, per eliminare le contraddizioni, le ripetizioni, le sovrapposizioni. Una volta finito, l’Assemblea ha avuto poco tempo per dedicarsi a un altro punto molto importante: come suddividere il testo di Ginevra nei due documenti attesi a Parigi, un «Agreement» e una «COP Decision».

Per fortuna si è arrivati a una ripartizione condivisa: l’Agreement includerà il preambolo, le definizioni e gli obiettivi generali dell’accordo; la COP Decision, invece, conterrà l’atto di adozione dell’Agreement, l’inclusione dei contributi nazionali volontari e tutte le decisioni relative al periodo pre-2020. L’ultimo degli incontri preparatori si è tenuto a Bonn all’inizio di settembre, mentre un caldo straordinario sembrava ricordare a tutti i partecipanti che non c’è tempo da perdere e bisogna agire subito per frenare il riscaldamento globale. Nonostante questo, però, a Bonn i problemi non sono mancati. I Paesi sono guidati dai propri interessi economici, che li spingono a proporre continue modifiche che rispondono a logiche talvolta contrastanti.

Ad esempio, c’è stato il problema della mitigazione, in cui ha tenuto banco la delicata questione del collocamento nel testo dell’obiettivo di temperatura da non superare alla fine del secolo. Secondo alcuni Paesi, fra cui gli Stati Uniti, è nella sezione sulla «Mitigation» che bisogna fissare l’obiettivo di mantenere il riscaldamento al di sotto di due gradi. Ed è sempre in questa sezione che si deve indicare il mezzo principale per raggiungere l’obiettivo: la riduzione delle emissioni. Un grande produttore di petrolio come l’Arabia Saudita, però, non era d’accordo: pretende che l’accordo contenga anche l’indicazione nel testo delle misure finanziarie da adottare e del trasferimento tecnologico necessario per consentire la transizione a fonti energetiche meno inquinanti. Vorrebbe perciò che il target da raggiungere, quello che fissa a due gradi il massimo innalzamento della temperatura accettabile, fosse inserito in un’altra parte dell’accordo, quella che stabilisce gli obiettivi generali. Le stesse difficoltà sono emerse per stabilire i termini dell’accordo sulla finanza.

L’Europa, seguita dagli Stati Uniti, vorrebbe considerare sullo stesso piano le fonti di finanziamento pubbliche e private. Invece i Paesi dell’America del Sud vedono con sospetto l’intervento di finanziatori privati, e propendono piuttosto per l’intervento degli Stati. Ma i problemi non finiscono qui. A complicare le cose non c’è solo la difficoltà diplomatica di mettere d’accordo i paesi, ma anche il controllo delle politiche nazionali, che spesso recalcitrano di fronte agli impegni da assumere da parte dei singoli governi. Fino ad oggi circa 60 Paesi hanno presentato i loro impegni. Di questo gruppo fanno parte grandi inquinatori come l’Unione europea, gli Stati Uniti, la Cina, il Canada e l’Indonesia. Nell’insieme, rappresentano circa il 60% delle emissioni che provocano il riscaldamento globale. Tuttavia, se si esaminano i programmi che questi Paesi hanno presentato, c’è poco da star tranquilli. Se faranno quello che hanno promesso, il che non è certo, le riduzioni di emissioni non saranno sufficienti a contenere il riscaldamento sotto i due gradi. Insomma, per raggiungere l’accordo a Parigi, e soprattutto per ottenere impegni veramente significativi, occorre scuotere le coscienze.

Per questo tra pochi giorni scenderanno in campo il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e lo stesso Papa Francesco, che dopo la sua enciclica ecologista Laudato Sì sta passando all’azione politica concreta. Il 25 settembre, a New York, entrambi incontreranno i capi di Stato per convincerli a fare sul serio sull’emergenza clima. Dopo di che, la palla passerà alle massime autorità politiche nazionali: trovare un terreno comune in vista dell’accordo di Parigi è una necessità che sta a cuore a tutti gli abitanti del pianeta.

 

(Foto Kerstin Langenberger Photography)

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