Cinque motivi per cui il crollo del prezzo del petrolio spaventa l’Europa

Economia
An oil pump works at sunset Wednesday, Sept. 30, 2015, in the desert oil fields of Sakhir, Bahrain.  Consumer prices across the 19-country eurozone fell in September for the first time in half a year as energy prices tanked, official figures showed Wednesday, in a development that's likely to ratchet up pressure on the European Central Bank to give the region more stimulus. The 0.1 percent annual decline reported by Eurostat, the EU's statistics office, was widely anticipated following the recent drop in global oil prices. (ANSA/AP Photo/Hasan Jamali)

Sebbene il calo del prezzo del greggio abbia ovvie conseguenze positive, i processi che ciò può innescare sono imprevedibili e potenzialmente dannosi. Ecco perché

Sono passati poco più di 7 anni da quell’undici luglio del 2008, quando l’oro nero toccò il suo massimo storico 147,25$ al barile. Da allora tra alti e bassi il prezzo è iniziato a scendere, ma questa discesa, dapprima accolta con favore, ora sta diventando pericolosa per l’economia globale. Da giorni ormai il prezzo del barile è inferiore ai 30$ e questo sta producendo, insieme ad altri fattori, l’affanno delle borse di quest’inizio 2016.

Ma quali sono gli effetti negativi del prezzo troppo basso del petrolio, e perché anche l’economia europea subisce questi effetti? Ad una prima e superficiale analisi verrebbe da dire che per l’Europa il prezzo così basso del petrolio sia esclusivamente un vantaggio. I paesi europei, infatti, sono importatori dell’oro nero e dunque questo calo favorisce le loro economie. Questo è vero, ma c’è dell’altro.

I principali paesi produttori ed esportatori di petrolio sono tutti partner commerciali dei paesi europei
I paesi del golfo, in primis Arabia Saudita, sono, oltre che tra i principali produttori ed esportatori di greggio al mondo, partner commerciali ed economici dei paesi europei. Il calo del prezzo del petrolio, con conseguente minori introiti, sta causando un calo delle domande di beni di lusso, tecnologie, opere infrastrutturali che i paesi europei esportavano nel golfo. Inoltre i petroldollari venivano rinvestiti in fondi azionari che generano un volume d’affari elevato nei principali listini mondiali. Da quando il prezzo del petrolio è sceso sotto i livelli di guardia, i paesi produttori stanno svuotando questi fondi per aiutare le economie nazionali. Di conseguenza i soldi immessi nel mercato azionario sono minori e gli indici ne soffrono.

I Paesi emergenti in crisi
Paesi come Brasile e Nigeria hanno puntato molto, se non tutto, sul petrolio. Il calo del prezzo sta avendo delle conseguenze, economiche e sociali, allarmanti. L’economia brasiliana negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale, aiutando anche l’economia mondiale nel momento peggiore della crisi. L’economia del gigante del Sud America è ora a sua volta in crisi per vari motivi, ma il principale è il calo del prezzo del petrolio e con esso di tutte le materie prime. Secondo i dati forniti dalla Sace, il 47% delle esportazioni del paese riguarda le materie prime. Il gigante petrolifero Petrobras, che soffre anche per uno scandalo corruzione, è in grossa difficoltà e questo ha prodotto una frenata per tutta l’economia brasiliana. Insieme al Brasile anche altre economie del continente sudamericano soffrono di questo calo: Venezuela, Colombia ed Ecuador, tutte democrazie “giovani”, dove un’importante crisi economica potrebbe tradursi in crisi politiche e instabilità.

Stesso discorso vale per la Nigeria. Da tempo il paese africano vive una fase economica positiva. E’ la prima economia del continente ed è basata quasi esclusivamente sull’esportazione di materie prime. Il crollo dei prezzi di queste ultime sta mettendo in crisi il sistema economico, non solo nigeriano ma dell’intera regione. Il tutto in un paese molto instabile, che vive in un costante stato di guerra conto i terroristi di Boko Haram. Tanto basta per terrorizzare i governi occidentali, che hanno nella Nigeria un alleato contro il terrore. Inoltre molti colossi energetici europei, anche italiani, operano nel paese e un crollo economico-politica potrebbe vanificare gli investimenti fatti e contribuire ad acuire la crisi del settore.

Le conseguenze sui giganti economici (e politici)
L’abbassamento del prezzo delle materie prime influisce pesantemente sull’economia russa. Oltre l’80% dell’export russo è fatto di petrolio, gas e metalli e il crollo dei prezzi di questi sta mettendo in seria difficoltà l’economia di Mosca, già messa a dura prova dalle sanzioni internazionali dopo il conflitto in Ucraina. La crisi russa non può non avere pesanti ricadute sull’economia mondiale e le difficoltà delle borse in quest’inizio di 2016 ne sono la dimostrazione.

Diverso è il discorso per Washington. Gli Stati Uniti sono il terzo produttore al mondo, anche se gran parte del greggio estratto serve al loro fabbisogno. Questo risultato è stato raggiunto grazie alla tecnica della «frantumazione idraulica», che permette di ricavare petrolio e gas dalle rocce di scisto. Per affinare questa pratica molte compagnie petrolifere si sono indebitate, pensando poi di fare guadagni enormi. Il crollo del prezzo del petrolio, però ha rovinato i piani, producendo una grossa crisi nel settore, che rappresenta il 20% dell’industria americana e che potrebbe togliere l’1% al Pil nazionale.

Migliaia di posti lavoro a rischio in tutto il mondo
Uno dei primi effetti del calo del prezzo del petrolio e della crisi delle compagnie petrolifere è stato il licenziamento di molti lavoratori. La British Petroleum ha già annunciato il licenziamento di 4mila lavoratori nel settore esplorazione e produzione. I licenziamenti saranno su scala internazionale, e colpiranno soprattutto le divisioni in Angola, Azerbaijan e Stati Uniti, ma non sarà risparmiato nemmeno il Mare del Nord. Altre compagnie con numeri inferiori hanno già tagliato i posti di lavoro, e molte altre sono pronte ad emulare il colosso del petrolio britannico.

Società petrolifere quotate in Borsa
L’ultimo elemento di preoccupazione, ma non per questo il meno importante, è che le società petrolifere sono presenti nei listini delle borse mondiali. In alcune, tra cui Milano, superano il 10% dell’indice. La crisi del settore ha conseguenze dirette nei listini, che dall’inizio dell’anno hanno bruciato 5mila miliardi di dollari.

 

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