Cinque dischi fondamentali per l’autunno 2016

Musica
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Quattro album in cui la popular music non esita a strizzare l’occhio allo sperimentalismo, alla commistioni tra i generi e alla politica per recuperare la sua rilevanza. Il quinto è invece il ritorno, un po’ in sordina, dei “campioni” dell’indie rock.

Abbiamo scelto 5 dischi tra le più importati uscite di questo autunno 2016. I primi quattro, quelli di Nicolas Jaar, Solange, Bon Iver e Goat, rappresentano, ognuno alla propria maniera, significativi casi in cui la pop music riesce ad assorbire dettami di sperimentalismo e libertà creativa, dando vita ad opere di indubbia rilevanza. Il quinto album preso in considerazione è il nuovo disco dei Pixies, storica band che dalla seconda metà degli anni ottanta fino ai primi novanta ha codificato le sonorità di certo indie rock che per anni è andato per la maggiore.

Nicolas JaarSirens
Classe 1990, Nicolas Jaar nonostante la giovane età ha già lasciato un marchio profondo nella popular music contemporanea. Figura che incarna il progressivo fluidificarsi dei ruoli all’interno del mondo musicale, il ragazzo americano di origini cilene è autore, produttore e interprete dei propri lavori; allo stesso tempo, figlio di un certo modo “orizzontale” di ascoltare la musica nell’era di internet, Jaar mescola senza soluzione di continuità generi e approcci, coniando con naturalezza un lessico ibrido e senza steccati. Nel suo nuovo lavoro, Sirens, la materia sonora diventa un organismo malleabile che ingloba elettronica, rock, reggae, jazz; il tutto sotto forma di suggestioni che si amalgamano con naturalezza, abbandonando la loro matrice originaria per tendere a sound organico e personale.

SolangeA Seat at the Table
Solange Knowles è la sorella della più famosa Beyoncé, assurta agli onori delle cronache oltre che per la sua versatilità artistica – è musicista ma anche attrice – anche per il suo temperamento: tempo fa ha fatto il giro del web un filmato in cui si scagliava contro Jay Z all’interno di un ascensore in compagnia della sorella, spettatrice dell’agguato causato, si dice, dai tradimenti del rapper nei confronti della moglie. Seat at the Table segue la parabola di certo pop/r’n’b di matrice tipicamente black dai connotati esplicitamente politici; un disco che affronta attraverso un suono caldo e soave, molto levigato a livello di produzione, la tematica “pesante” dell’essere neri nell’America di oggi.

Bon Iver – 22, A Milion
Assurto a star di prima grandezza, a dispetto degli esordi intimistici e solitari (il suo primo album, For Emma, Forever Ago è una raccolta di brani voce e chitarra dedicati alla sua ex ragazza) Bon Iver arriva a questo 22, A Milion con un carico di aspettative difficile da gestire. E la pressione mediatica riverbera anche in questo disco, in cui la classica vocalità/marchio di fabbrica del Nostro (replicata da nutrite schiere di imitatori) viene spesso nascosta dietro a una produzione vocale che sfocia nel parossismo: espediente di autodifesa che eccede lo sperimentalismo per diventare la vera e propria cifra stilistica dell’album.
Come tutti i lavori precedenti, possiamo intuire che anche 22, A Milion necessiti dell’esecuzione live per essere pienamente compreso; vera e propria pietra angolare che svela il disegno celato dietro tutti i suoi album, la performance dal vivo del musicista canadese riesce a mostrare controluce le trame di senso che attraversano in filigrana i suoi lavori in studio.

Goat – Requiem
Un’altra band che fa dell’ibridazione la sua cifra stilistica: stavolta però i territori musicali da saccheggiare non sono orientati verso il futuro, ma rivolti verso la tradizione di certo folklore afro mescolato a venature tipicamente psichedeliche e folk angloamericane.
Il risultato è molto suggestivo e riporta la musica suonata al centro della scena, corroborata dall’impatto scenico della band che si esibisce con maschere dall’estetica tribale.
Gli svedesi Goat riescono ad attualizzare e proiettare verso territori di ritualità post-moderna la cosiddetta world music, contaminandola con linguaggi apparentemente desueti e sporcandola di una pervasiva tensione millenaria che scorre sottotraccia nei loro brani.

The PixiesHead Carrier
Secondo album dalla reunion della storica formazione di Boston, i Pixies dei primi quattro, memorabili album (+ un ep), sono qualcosa di totalmente diverso da quelli di oggi. E non ci riferiamo solo alla perdita di un elemento fondamentale per la band, come la bassista Kim Deal, ma al fatto che l’alchimia originaria, costruita su un’aspra dialettica interna al gruppo, e lo stato di grazia della band (dovuto all’ispirazione del suo leader), siano ormai andati persi. E così, a metà tra gli esperimenti più Pixies-oriented del Frank Black solista, e un tentativo di ripercorrere i territori energici e abrasivi degli inizi, questo Head Carrier si consuma senza particolari guizzi all’ombra di quello che ormai è diventato un semplice marchio a certificare la gloria che fu.

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