Chirù, il nuovo romanzo di Michela Murgia

Libri
Michela Murgia, la scrittrice candidata alle elezioni regionali con la lista 'Sardegna Possibile' durante il Forum all'Ansa, Roma 29 gennaio 2014.
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

L’ultimo lavoro della scrittrice sarda resta ben impresso. Perché è bruciante, intenso, e sa entrare nelle pieghe psicologiche di un apprendistato tra una donna adulta e un adolescente

C’è molto fascino e molto mistero, in un’espressione come “maestro di vita”. Ma c’è anche qualcosa di allarmante: maestro di quale vita?, viene da chiedersi. E che pericolo si corre, a farsi insegnare la vita – una vita, un po’ di vita – da qualcuno? In una bellissima poesia di Pessoa, l’invocazione rivolta al “mestre querido”, l’amato maestro, coincide anche con un rimprovero: “Perché mi hai chiamato sulla vetta dei monti se io, bambino delle città in fondo alla valle, non sapevo respirare? Perché mi hai dato la tua anima, se non sapevo che farmene, come qualcuno carico di oro in un deserto?”.

Il nuovo romanzo di Michela Murgia, Chirù (Einaudi, pp. 191, euro 18,50), è tutto giocato su un apprendistato. Ma che cosa insegna, che cosa vuole e può insegnare l’attrice teatrale trentottenne Eleonora al giovanissimo musicista – vent’anni meno di lei – che le si avvicina chiedendole di fargli da guida? Un’apripista, una maieuta, un modello, una fonte di stimoli, una confidente: Eleonora è per Chirù tutto questo, ma anche qualcosa di più complesso, seducente, rischioso. Verrebbe da dire che il ragazzo sia letteralmente irretito dalla donna, ma non è indifeso, o non sempre. C’è consapevolezza e desiderio e calcolo nel suo andarle incontro. Michela Murgia riesce benissimo a renderci partecipi di questo corpo a corpo intellettuale e psicologico fra Eleonora e Chirù; il loro gioco di distanze e complicità, di difese e abbandoni diventa magnetico. La seduzione reciproca dà sostanza a un ambiguo, mutevole esercizio del potere pedagogico, sì, e perfino tirannico che si esercita in una relazione anche d’amore. “Era necessaria un’arroganza senza limiti per immaginare di accostarsi a una persona che non sa dove sta andando e coltivare la presunzione di potergli rendere la via più chiara. Nell’atto stesso di insegnare a qualcuno quel che sapevo, riconoscevo la superbia insita del ruolo della docenza, l’idea intimamente violenta che l’altro fosse una creta della cui forma potevo contribuire a determinare la qualità”. D’altra parte, la reazione della “creta” non è mai prevedibile – e questo determina infinite controreazioni: Chirù chiede, avanza pretese, Eleonora centellina i suoi doni, le sue aperture. Entrambi lasciano però che le rispettive solitudini siano scosse da questo incontro. Conoscono la mancanza e la gelosia, la complicità (i “riti” che fanno unico un rapporto) e la delusione, la sincerità e la recita: non a caso di teatro si parla, e la scena centrale di uno spettacolo, di cui Eleonora è protagonista, diventa per Chirù una chiave interpretativa del suo legame con la maestra.

Chirù-2015-Murgia

La ricerca dell’equilibrio
“La sua perspicacia era diventata violenta come una radiografia” commenta quindi Eleonora, toccata, stanata dall’acerbo artista di cui si è illusa di guidare anche l’intelligenza. Tra tournée che la portano lontano – con una tappa svedese, raccontata in pagine vivide -, storie d’amore vecchie e nuove, Eleonora cerca un punto d’equilibrio impossibile, o una distanza di sicurezza. “Cenammo in una pizzeria del centro e poi restammo gran parte della notte accoccolati sul letto a parlare, complici come se l’adolescenza di uno valesse per due”. E qui si apre una delle piste più interessanti del romanzo, quella che riguarda il contagio reciproco. L’adolescenza di Chirù – a volte goffa, a volte sfrontata, come ogni adolescenza, e nervosa, carica di ansie e di ambizioni – infiltra la maturità di Eleonora, spingendola a varcare – accade nelle pagine conclusive – un confine non ancora varcato. “Chirù era proprio così: dormiva dischiuso come un fiore all’ombra, incurante del mio sguardo. In quella morbidezza non vedevo alcuna fragilità, ma una forza latente così consapevole da sentirsi al sicuro persino nell’incoscienza”. Quella forza latente fa saltare ogni previsione e porta a un finale spiazzante. Michela Murgia, scavando a fondo nei sentimenti, portandone alla luce sempre il lato più misterioso, più ambiguo, più perturbante ha scritto un romanzo che resta impresso e lascia – cosa rara nella narrativa italiana di oggi – la testa in movimento. Intenso, lavorato, bruciante.

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