Chiesa e politica: le unioni civili segnano la fine di un’epoca

Vaticano
17-feb-2013. Rome Italy,Tens of thousands of pilgrims have attended St Peter's Square in Rome for one of the final public appearances of Pope Benedict XVI.
He is stepping down on 28 February.
The Pope recited the Angelus prayer and thanked all those who had prayed for him and shown him support over the past few days since his resignation.
The Vatican has said it may hold the conclave that chooses the new pope early, so he can be in place before the start of Holy Week on 24 March.

L’anomalia che ha contraddistinto il nostro Paese è venuta meno: la legge approvata riavvicina l’Italia all’Europa

L’approvazione da parte del Parlamento di una legge che regolamenta le unioni civili fra persone dello stesso sesso, è destinata a modificare il rapporto fra Chiesa e politica così come si era configurato in Italia nell’ultimo quarto di secolo. Per molti anni le gerarchie ecclesiali si sono intestate battaglie ideologiche in materia di principi etici, interpretando in modo neotemporalista la presenza della sede di Pietro in Italia. Il teorema, in breve, era che se tutto l’occidente secolarizzato cedeva sul fronte della difesa della famiglia tradizionale, del testamento biologico, dei valori ‘antropologici’ del cristianesimo, questo non accadeva nel Paese del papa dove il cattolicesimo restava collante culturale del Paese a dispetto di tutto.

Si trattava in buona misura di una lettura parziale, forzata, delle cose (e della storia) poiché tendeva a separare la Penisola dal resto dell’occidente e soprattutto dell’Europa, a farne un eccezione in una stagione storica dominata invece da fenomeni di globalizzazione e integrazione. Un’anomalia storica, in un certo modo, difesa in termini intransigenti e spesso introducendo nel dibattito pubblico forme di clericalismo esasperato e cancellando o reprimendo le diversità pure esistenti nello stesso mondo cattolico.

Oggi questa impostazione è venuta meno: la legge approvata riavvicina l’Italia all’Europa e mostra la complessità sociale e umana di un Paese nel quale convivono culture e convinzioni differenti, così come esperienze e biografie non comprimibili da un diktat ideologico. Un primo effetto di questo mutamento lo si trova nell‘editoriale odierno di Avvenire, il quotidiano della Cei, firmato da Francesco D’Agostino. Avvenire, pur ribadendo le posizioni di critica alla soluzione legislativa cui si è approdati, sottolinea però alcuni aspetti tutt’altro che scontati. In primo luogo si afferma come non sia percorribile la strada di un referendum abrogativo per contrastare gli effetti del provvedimento, così come si giudica sbagliata l’ipotesi dell’obiezione di coscienza da parte dei sindaci; si precisa ancora una volta la netta contrarietà alla maternità surrogata e allo stesso tempo però si fa un’osservazione che ci pare essenziale: la famiglia tradizionale ‘resisterà’ alla secolarizzazione, cioè la sua permanenza nel tessuto sociale non verrà messa in discussione dall’aggiornamento legislativo in corso (valutato comunque in modo preoccupante).

E’ la prima volta che questo ragionamento viene fatto così esplicitamente e a un livello così qualificato. Resta, a nostro avviso, il limite di valutare a rischio le fondamenta dell’occidente cristiano a causa della secolarizzazione galoppante, rimane insomma aperto il dibattito intorno al tema dell’allargamento dei diritti-doveri a tutte le categorie umane senza eccezioni e discriminazioni; ma appunto si tratta di una discussione, di un confronto, non di una guerra santa come è stato fino ad ora per i settori più oltranzisti e reazionari, a volte beceri, del fronte contrario alla legge.

Il voto del Parlamento, dunque, ha sancito una svolta storica più profonda di quanto non si creda. Di fatto, la fine della guerra fredda aveva determinato in modo traumatico scenari completamente nuovi nella vita politica del Paese: cessavano di esistere i partiti storici della prima Repubblica, irrompeva sulla scena Forza Italia, per la sinistra – chiusa la lunga esperienza comunista – diveniva concreta la possibilità di accedere al governo; ma soprattutto si dissolveva il principale protagonista politico del dopoguerra, la Democrazia cristiana.

A questa rivoluzione – accompagnata da molti altri fattori – la Chiesa italiana reagiva seguendo un principio neoconservatore: il cattolicesimo, per mantenere intatto il proprio rilevante peso specifico nella vita pubblica del Paese, doveva stringere nuove alleanze politiche mentre gli stessi vescovi avevano il compito di assumere un ruolo di leadership guidando i laici o sostituendosi ad essi in diversi ambiti della vita civile e politica. Si è trattato di un’operazione la cui portata è stata forse sottovalutata, che cancellava l’insegnamento di De Gasperi, la cui fedeltà alla Repubblica (da credente e cristiano) veniva prima di quella dovuta finanche al Papa. Il cattolicesimo italiano è stato così uniformato in un’unica visione ideologica. I principi non negoziabili, dagli Stati Uniti all’Italia, divenivano la trincea neoconservatrice a sfondo confessionale nella quale si organizzavano le forze di destra, la religione-ideologia sostituiva la carenza di pensieri forti in politica. Da questo punto di vista l’Italia berlusconiana è stata il laboratorio europeo del pensiero teo-con d’Oltreoceano.

Infine, è giusto sottolineare che l’episcopato italiano, formatosi sotto il governo del cardinale Camillo Ruini, fa ancora oggi fatica a liberarsi di questa impostazione; allo stesso tempo va rilevato però come il protagonismo di papa Francesco abbia rotto questo stesso schema. Non solo per il rifiuto dell’assolutismo ideologico dei principi non negoziabili, ma anche per la quasi totale estraneità del pontefice rispetto al dibattito svoltosi nel parlamento italiano, estraneità rivendicata da Francesco non tanto nel merito della vicenda, quanto per ristabilire la piena delimitazione dei rispettivi ambiti e ruoli fra Chiesa e Stato che non prevedeva eccezioni nazionali. Francesco guarda all’Europa più che all’Italia (aiutandoci così a sprovincializzare l’immagine che abbiamo di noi stessi), alla quale chiede certo la tutela sociale della famiglia, ma soprattutto ricolloca il Vangelo nel cuore del continente a partire da un’idea solidale, fraterna, di riconoscimento dell’altro che sta scuotendo coscienze e culture.

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