Chi è Rohani: così il presidente iraniano ha scalato il potere

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Un leader cauto e astuto: il profilo del capo della Repubblica islamica che domani arriva a Roma

Domani, Hassan Rohani, presidente della Repubblica islamica, arriva in Italia per una visita di stato. È stato preceduto solo da Mohammad Khatami, nel 1999, che si recò in visita ufficiale in Italia. Rohani è stato solo il secondo capo di governo di Teheran in meno di un decennio ad atterrare a Ciampino.

Nel giugno 2008 Mahmoud Ahmadinejad, allora all’apice del suo isolamento internazionale, giunse a Roma per partecipare a un vertice della Fao ma fu ostracizzato dall’allora governo Berlusconi che lo escluse, assieme a Robert Mugabe, dalla cena offerta dallo Stato italiano ai partecipanti. Ahmadinejad tornò a casa alla chetichella dopo ventiquattro ore trascorse alla Fao e ricevimenti privati per imprenditori e iraniani residenti in Italia. Rohani sarà invece ospitato al Quirinale e varcherà la soglia del Vaticano per un’udienza con Papa Francesco.

Il tour italo-francese segna l’apice della carriera politica del cauto e astuto leader del sistema politico di Teheran, da sempre all’interno della ristretta cerchia delle figure capaci di imprimere il proprio parere sul senso di marcia della Repubblica islamica.

A differenza dei suoi predecessori, Rohani vanta una discreta carriera letteraria, che lo ha portato, prima dell’assunzione della presidenza, a produrre sia il primo volume della propria autobiografia – che si ferma dopo i primi mesi in seguito alla Rivoluzione del 1979 – sia un nutrito libro, giunto alla quinta ristampa, da mille pagine, intitolato La Sicurezza Nazionale e la Diplomazia. Un saggio fitto di particolari, aneddoti e rivelazioni dalla stanze del potere di Teheran.

Grazie a questi due volumi, ampiamente disponibili nel vivace mercato librario del Paese mediorientale, è possibile tracciare la parabola dell’uomo con cui l’Occidente, per parafrasare Margaret Thatcher, può e deve fare business.

Le origini
L’attuale presidente iraniano è nato da una tipica famiglia del ceto medio-basso nella città di Semnan, nell’Iran centrale, nel dicembre del 1948.

Il padre Asadollah era un mercante osservante con un’istruzione limitata, capace di leggere e scrivere a livello elementare e le cui letture non andavano oltre quella del Corano. Asadollah aveva però l’onore, e l’onere, di essere il rappresentante locale del Grande Ayatollah Hossein Borujerdi, il sommo chierico che, sino alla morte avvenuta nel 1961, ricoprì la carica di capo supremo della comunità sciita mondiale e che contava tra i suoi discepoli pure Ruhollah Khomeini, futuro fondatore della Repubblica islamica.

Asadollah, che aveva il compito di raccogliere le tasse religiose per Borujerdi, viaggiava regolarmente verso la città-santa di Qom, per versare i tributi.

Nell’estate del 1961, Asadollah portò con sé il figlio tredicenne Hassan, per indirizzarlo così verso la carriera clericale. Il futuro capo di Stato giunge a Qom in un periodo di gran fermento. La morte di Borujerdi e la mancanza di un erede all’altezza causano l’avvento al vertice dello sciisma iraniano di un quadrumvirato formato dagli ayatollah di spicco Mohammad Reza Golpayegan, Seyyed Kazem Shariatmadari, Mohammad Marashi, e dal più giovane, ma già famoso, Ruollah Khomeini.

L’attattivismo di Khomeini, che si era subito distanziato dal quietismo di Borujerdi e degli altri chierici di spicco sopra citati, diventò un’attrazione per quella generazione più giovane di studenti religiosi a Qom che erano intenzionati a opporsi al regime laicizzante dello scià.

Hassan Fereydoun legò subito un rapporto d’amicizia duraturo con Hossein Beheshti, un discepolo di Khomeini che diverrà, nel 1979, un elemento cardine dell’apparato statale della nascente Repubblica islamica e che verrà assassinato nel 1981 dopo aver caldeggiato e appoggiato il defenestramento del primo presidente, Abolhassan Bani-Sadr.

A soli quindici anni d’età, Rohani spiega, nella sua autobiografia, di aver partecipato alle diffusione di volantini anti-scià nel 1962 e alla sollevazione del giugno 1963 contro lo scià, che portò alla ribalta Khomeini come capo incontrastato dell’opposizione radicale al regime monarchico. Questi avvenimenti drammatici hanno effetti duraturi pure sulla vita personale del giovane studente clericale, che proprio in quegli anni decide di cambiare il proprio cognome da Fereydoun, un nome proprio pre-Islamico, a Rohani, ovvero “Chierico”.

Per i successivi quindici anni, che coincidono con il lungo esilio di Khomeini, prima a Najaf in Iraq e poi, alle fine del 1978, per diversi, decisivi mesi in un sobborgo di Parigi, Rohani porterà avanti una carriera inusuale. A differenza di buona parte dei suoi pari gradi clericali, il futuro presidente uscirà dalle mura dei seminari di Qom, iscrivendosi all’età di 21 anni presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Teheran.

Nonostante abbia specificato, nelle proprie memorie, la superiorità dell’educazione religiosa ricevuta a Qom, Rohani ammetterà, nel libro pubblicato nel 2010, che i tre anni e mezzo spesi nel campus della capitale iraniana furono forieri di “esperienze valide”, che l’avrebbero portato a risiedere in pianta stabile a Teheran.

La laurea “laica” lo costringerà però all’espletamento del servizio militare. Nonostante qualche lamento sulla natura “dissoluta e immorale” della vita in caserma, Rohani, che diventò comandante di un plotone, s’impratichì così di principi militari, un’esperienza che gli tornerà utile più avanti, nella sua carriera politica dopo il 1979.

 

Gli anni del pulpito a Teheran
Alla conclusione del servizio militare, Rohani tornò a Teheran, dove divenne un chierico menbari, o “del pulpito”, una figura che viaggiava di moschea in moschea per pronunciare il sermone principale del Venerdì. Fu così che Rohani stabilì legami duraturi con personalità di prim’ordine del firmamento clericale, e attirò su di sé, con la foga di certi suoi discorsi, l’attenzione del Savak, la polizia segreta dello scià che, in maniera simile alla Stasi, ambiva a esercitare un controllo completo sulle attività delle moschee.

Nel 1976, Rohani fu colpito da un divieto formale di apparizione sui pulpiti, che aggirò tramite pseudonimi e apparizioni in moschee meno frequentate dagli agenti della polizia segreta.

Nel 27 ottobre 1977, Rohani finì sotto i riflettori del mondo clericale e della polizia politica in occasione della cerimonia di commemorazione di Mustafa Khomeini, il figlio dell’ayatollah rivoluzionario che era recentemente deceduto a Najaf.

Nonostante le rigide proibizioni su qualsiasi riferimento pubblico a Khomeini, Rohani salì sul pulpito per assegnare un nuovo titolo al grande esiliato: quello di Imam, termine solitamente riservato, nel ramo sciita dell’Islam, solamente ai dodici successori riconosciuti del Profeta Maometto, il cui ciclo venne a termine con l’occultazione del dodicesimo Imam nel 941 d.C.

Rohani giustificò la scelta paragonando Khomeini al profeta Abramo, specificando che l’ayatollah aveva superato “fiamme e fuoco” durante il lungo esilio ed era quindi paragonabile alle figure supreme dello sciismo.

Il discorso diventò immediatamente celebre e fu distribuito, in musicassetta e tramite volantini, sia all’interno del Paese mediorientale sia nelle numerose comunità di iraniani espatriati oppositori del regime monarchico, in Europa e Nord America. La fama crescente derivante dall’evento costrinse Rohani a rifugiarsi all’estero.

Dopo essersi stabilito a Londra per continuare gli studi legali, il futuro presidente si vide risucchiato all’interno della tempesta rivoluzionaria, che entrò in azione nei primi mesi del 1978. Noto per l’oratoria vivace e attraente, Rohani si esibì in diversi discorsi per le platee dei numerosi studenti iraniani che erano iscritti agli atenei britannici con generose borse di studio elargite dallo scià, ma in gran parte utilizzate per attività d’opposizione.

Nell’autunno del 1978, il regime baathista di Saddam Hussein, su invito del sempre più vacillante governo iraniano, decise di espellere Khomeini da Najaf, provocando così il suo eventuale arrivo a Neuphle Le Chateau, un tranquillo sobborgo di Parigi che fu messo a soqquadro dall’arrivo dell’ayatollah e dal suo utilizzo di ben due ville nel centro cittadino come quartier generale della Rivoluzione.

Rohani potè così visitare a più riprese Khomeini, sebbene diverse testimonianze e le sue memorie indichino come non fosse un membro della cerchia ristretta dei collaboratori e assistenti di Khomeini stesso. Ciò nonostante, Rohani ristabilì contatti con alleati e conoscenti, che visitarono Neuphle con frequenza e soprattutto venne a conoscenza di problematiche che avrebbero profondamente segnato la sua futura traiettoria politica.

Nel mezzo delle delegazioni interminabili di studenti e attivisti che si riversavano quotidianamente a Neuphle, racconta Rohani nel suo poderoso volume sulla diplomazia nucleare, vi fu pure un gruppo di universitari provenienti dalla Germania Ovest, che tentarono di convincere l’ayatollah a seguire la loro proposta per il futuro del programma atomico allora appena varato dallo scià: la chiusura immediata di quella che vedevano come un’iniziativa costosa, dannosa per l’ambiente e priva di qualsiasi beneficio per l’indipendenza del Paese.

Rohani non fece parte del “Volo della Rivoluzione”, il charter dell’Air France con cui Khomeini, la sua cerchia ristretta e decine di giornalisti occidentali giunsero in trionfo a Teheran il primo febbraio 1979. Qualche giorno dopo, il futuro presidente si trovò costretto a ritornare in patria con un volo Aeroflot che, avendo fatto scalo in un aeroporto del blocco orientale, fu pieno di attivisti di sinistra che lanciavano insulti all’indirizzo dell’Islam e dei chierici.

Allo scoccare del momento della vittoria della Rivoluzione, l’11 febbraio 1979, Hassan Rohani era un chierico trentenne con una carriera militante discreta alla spalle, ma privo del rango di alleati come gli ayatollah Beheshti, Motahhari o Mousavi Ardebili, o altri membri della Società del Clero Combattente (Scc), che avevano fondato insieme nel 1977.

Ciò nonostante, figure già influenti nel firmamento politico della nascente Repubblica islamica, come Ali Khamenei, viceministro della difesa del Governo Rivoluzionario Provvisorio dal febbraio a novembre 1979, invitano Rohani, in virtù della sua esperienza passata, a occuparsi della riorganizzazione dell’esercito nazionale, decimato dalle epurazioni seguite al trionfo della Rivoluzione, che comportano l’esecuzione o il defenestramento di quasi l’intero stato maggiore.

Nonostante le pressanti richieste di gruppi radicali, come i guerriglieri marxisti Fadayan-i Khalq o i Mojahedin del Popolo, che invocavano lo scioglimento definitivo dell’esercito, Rohani rivelò l’esistenza di un gruppo nutrito di ufficiali e soldati fedeli alla Rivoluzione, evitandone così la dissoluzione.

Nella primavera 1980 Rohani iniziò la sua lunga carriera parlamentare, durata due decenni, diventando deputato per la sua città natale, e si fece subito notare per la sua competenza in materia dai banchi della Commissione Difesa del primo Majles.

L’attacco a sorpresa dell’esercito iracheno del 17 settembre 1980 diede uno straordinario impulso alla carriera di Rohani, che si trovò improvvisamente al centro degli sforzi, per otto anni, tesi ad arginare l’offensiva lanciata da Saddam, tentare di rovesciare l’andamento della guerra in seguito alla liberazione dell’unica città conquistata dall’Iraq, Khorramshahr, nel 1982, e infine porre fine allo stillicidio degli ultimi anni del conflitto, che si concluse senza vincitori né vinti nell’estate 1988.

 

Rohani in guerra
L’avvio della guerra tra Iran e Iraq segnò l’inizio della carriera – tuttora in corso – di Rohani nelle sfere del potere militare e della Sicurezza Nazionale. Nel corso dei primi anni Ottanta, Rohani si lega progressivamente alla figura di Hashemi Rafsanjani, allora presidente del Majles, fedelissimo delfino di Khomeini e arbitro delle frequenti dispute tra le varie correnti interne alla Repubblica islamica.

Nel 1984, Rohani diventa vicepresidente della camera legislativa e vicario di Rafsanjani presso il Consiglio Supremo per la Difesa, l’organismo che raggruppò i vari rappresentanti istituzionali in ambito militare.

Rohani si distinse subito per l’indole pacata, l’approccio tecnocratico alle sfide poste dall’immenso sforzo bellico e la sua capacità di mantenersi ai margini del conflitto sempre più intenso tra l’ala sinistra dei seguaci di Khomeini, capitanati dall’allora primo ministro Mir-Hossein Mousavi, e quella conservatrice, che faceva riferimento al presidente Ali Khamenei.

Rohani divenne così capo del conglomerato Khatam al-Anbiya, gestito dai Pasdaran, e del Comitato Nazionale per la Difesa Aerea. Tra maggio e giugno 1986, Rohani fu parte del gruppo ristrettissimo di alti funzionari statali che furono messi al corrente della missione a Teheran di Robert MacFarlane, l’ex Consigliere per la Sicurezza dell’amministrazione Reagan che atterrò nella capitale iraniana con l’intenzione di favorire la vendita d’armi alla Repubblica islamica in cambio di fondi con cui sostenere le milizie anti-sandiniste Contra in Nicaragua.

Stando a quanto riportato nella relazione conclusiva della Commissione Tower, insediata dal Congresso Usa per far luce sulla faccenda e sul ruolo della Casa Bianca, Rohani era favorevole all’approvigionamento di armi e avrebbe ammonito la delegazione guidata da MacFarlane per la consegna di solamente un terzo dei missili terra-aria Hawk necessari per l’offensiva che l’Iran aveva intrapreso contro l’Iraq in quel periodo.

Rohani era peraltro favorevole a un ruolo di peso per l’esercito regolare, che aveva ceduto l’iniziativa ai Pasdaran, sostenuti da buona parte della nomenklatura a causa del loro spirito di sacrificio e l’adesione ideologica a Khomeini. Nonostante i dubbi di comandanti di spicco dei Pasdaran, come Mohsen Rezai e Yahya Rahim Safavi sull’impegno dell’esercito, Rohani sostenne e organizzò operazioni in collaborazione.

 

La Terza Fase: Rohani al Consiglio di Sicurezza Nazionale
La fine della guerra nel 1989 e la morte di Khomeini l’anno seguente furono forieri di importanti cambiamenti. La carica di primo ministro, a lungo prerogativa dell’ala sinistra opposta a Rafsanjani e Khamenei, fu abolita nel corso di un processo di revisione costituzionale.

Nonostante l’elevazione di Rafsanjani a presidente, e deus ex machina del processo di ricostruzione del Paese, martoriato da otto anni di conflitto, Rohani non seguì il mentore e si consolidò invece alla guida del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, un organismo creato nel 1989 con lo scopo di assistere la Guida Suprema nella formulazione della politica estera.

Non si trattò di buén ritiro, dopo un decennio al vertice: Rohani fu chiamato subito a fornire una strategia per fronteggiare l’invasione irachena del Kuwait, in seguito alla quale la Repubblica islamica scelse la neutralità nonostante voci interne che chiedevano un intervento a favore di Saddam in chiave anti-americana.

Il Consiglio Supremo divenne il primo organismo statale mediorientale ad emettere una risoluzione di condanna dell’invasione, anticipando così le monarchie del Golfo Persico e l’Arabia Saudita. Pur subendo un calo di popolarità e poi di voti, Rohani mantenne il suo seggio parlamentare, rimanendo vicino a Rafsanjani.

Nelle prime settimane del 1997, Rohani fu a capo della frangia che si spese senza successo a favore della rimozione del limite costituzionale dei due mandati consecutivi presidenziali.

La vittoria inaspettata di Mohammad Khatami nelle presidenziali del giugno 1997 risultò nella fine della carica di Rohani, che si era attestato su posizioni vicine all’opposizione conservatrice. Conscio del divario notevole tra i sostenitori riformisti di Khatami e l’ala fedele a Khamenei, Rohani fa la scelta strategica di rimanere ancorato a quest’ultima.

Il 14 luglio 1999, Rohani diede un discorso dai toni forti durante un corteo organizzato dai conservatori per porre fine alle proteste studentesche di quella settimana contro la chiusura del più rinomato quotidiano riformista, Salam.

Secondo Rohani, le migliaia di manifestanti di quei giorni non erano altro che “un numero piccolo di individui con fedine penali sporche” e che il suo obiettivo principale era quello di fronteggiare chi, come i manifestanti che avevano invaso il centro di Teheran in solidarietà con gli studenti, “insultava” la più alta carica dello Stato, Khamenei.

Rohani scelse così di appoggiare il suo vecchio collaboratore, ora Guida Suprema, una scelta che rispetterà, e rispecchierà, nei turbolenti anni a venire.

 

Lo Sceicco diplomatico
Nonostante la perdita del seggio parlamentare nelle elezioni – dominate dai riformisti – per la sesta legislatura, nel 2000, Rohani rimase in sella al Consiglio Supremo e divenne capo del Centro di Ricerca del Consiglio per il Discernimento, un altro organo controllato da Rafsanjani.

Nel settembre 2003, una risoluzione dai toni decisi dell’Agenzia Atomica dell’Onu (Aiea) aprirà un nuovo capitolo nella carriera politica del chierico di Semnan. Stando a quanto narrato da Rowhani in Sicurezza Nazionale e Diplomazia Nucleare, il primo vertice tra autorità politiche di prim’ordine in seguito alla risoluzione dell’Aiea si concluse con un consenso sull’elevazione di Rohani a nuovo “gestore unico” del dossier nucleare, subentrando così al ministero degli esteri.

Il futuro presidente si trovò così improvvisamente sotto i riflettori della vivace stampa domestica, che lo aveva sinora trattato con un membro “normale” dell’alta nomenklatura della Repubblica islamica.

Il quotidiano Shargh decise di definirlo con un titolo consono alle sue mansioni più recenti: Shaykh-e Diplomatik, o Sceicco [titolo utilizzato nell’Islam sciita per i chierici non discendenti direttamente da Maometto] Diplomatico.

Il percorso di Rohani fu subito in salita. L’allora ambasciatore all’Onu, Javad Zarif, aveva notato, in una lettera al presidente Khatami del Luglio 2003, che neppure una rapida adesione al Protocollo Addizionale del Trattato di Non Proliferazione Nucleare avrebbe evitato il riferimento del dossier iraniano al Consiglio di Sicurezza Onu, e la successivamente comminazione di sanzioni ai danni di Teheran.

Ciò nonostante, Rohani si mise all’opera per salvare il salvabile e riuscì a creare un divario tra Francia, Gran Bretagna e Germania da un lato, che negoziarono per conto dell’Ue, e gli Stati Uniti. Il 21 ottobre 2003, i ministri degli esteri di Londra, Parigi e Berlino si recarono in maniera del tutto priva di precedenti a Teheran, per suggellare un accordo preliminare con Rohani volto ad evitare l’escalation del dossier dall’Aiea al Consiglio di Sicurezza.

L’avvio non era dei migliori: stando a quanto rivelato da Rohani, i negoziati entrarono in una fase di stallo verso mezzogiorno, a causa della riluttanza dell’Iran ad accettare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, che diverrà il punto dolente durante il decennio successivo.

Fu allora che Rohani fu improvvisamente colpito dal pensiero che, nel caso in cui Jack Straw, Dominique de Villepin e Joscha Fischer fossero tornati a casa a mani vuote, gli Stati Uniti avrebbero potuto estendere l’allora trionfale campagna militare irachena al vicino iraniano. Il caponegoziatore nucleare allora decise di chiamare l’ufficio di Khamenei e il presidente Khatami per ottenere un sofferto assenso alla sospensione nella produzione d’uranio arricchito.

Per i prossimi quindici mesi, lo Sceicco diplomatico divenne un ospite di prestigio nella capitali europee, facendo pure scalo a quell’Eliseo che lo accoglierà di nuovo lunedì. Rohani non potè però bloccare l’ascesa di falchi come Mahmoud Ahmadinejad, il sindaco di Teheran che salì alla successione a Khatami dopo la clamorosa vittoria al ballottaggio contro Rafsanjani nel 2005.

Nell’estate di quell’anno il Parlamento a trazione conservatrice, eletto tra mille polemiche nel 2004, e l’insistenza da parte dell’Ue sull’abbandono, da parte dell’Iran, della ripresa dell’arricchimento domestico di uranio, portarono al tramonto del mandato di Rohani. Quattro giorni dopo l’inaugurazione di Ahmadinejad, il 7 agosto 2005, Rohani avrà il primo e ultimo incontro ufficiale con il focoso neo-presidente.

Mentre i due si misero a discutere l’imminente sessione dell’Aiea, che stava preparando una reazione dura alla decisione dell’Iran di rompere i sigilli apposti dall’Agenzia Atomica presso l’impianto di Esfahan, Rohani fece presente che buona parte del budget dell’Aiea era fornito dai paesi occidentali. Ahmadinejad risponde ordinando a Rohani di provvedere ai fondi dell’Aiea dalle casse statali di Teheran, una proposta che viene subito bollata come insensata dallo Sceicco, che di li a poco si dimette dalla guida del Consiglio Supremo, ponendo così fine a sedici anni d’incarico.

Negli otto anni seguenti, Rohani sarebbe rimasto ai margini della vita politica, rifugiandosi, come fecero molti diplomatici moderati dell’era Khatami, nel Centro di Ricerca Strategica.

La stampa vicina ad Ahmadinejad rivelò a più riprese come Rohani avesse intrapreso visite a Vienna e altri capitali dove, privo dell’abito talare, continuava a mantenere i suoi contatti diplomatici nell’era in cui i suoi successori al Consiglio Supremo, Ali Larijani e Said Jalili, portavano avanti l’indurimento della posizione dell’Iran sul nucleare e non riuscirono, a differenza di Rohani, a prevenire l’imposizione di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza.

A più riprese Rohani si scagliò contro chi, come Jalili, rimase a favore dell’avanzamento unilaterale del programma nucleare senza prestare attenzione agli effetti del crescente isolamento internazionale del Paese. Ciò nonostante, Rohani scelse la prudenza durante e dopo la crisi elettorale del 2009, rimanendo distante dall’Onda verde guidata da Mousavi – suo collaboratore sul nucleare tra il 2003 e 2005 – e Mehdi Karroubi ma pur intenzionato a offrire riparo ai diplomatici e ai politici riformisti cacciati dai pubblici uffici durante l’era Ahmadinejad.

Durante l’inizio del 2013, Rohani ruppe gli indugi e annunciò la discesa in campo nella corsa presidenziale di quell’anno, all’insegna del tadbir, o la “prudenza” che a suo parere era stata dissipata negli anni dellala presidenza Ahmadinejad e che aveva fatto dell’Iran un Paese tagliato fuori dai commerci internazionali, senza relazioni finanziarie e bancarie normali con gran parte della comunità internazionale, dovendosi così rivolgere ai vari mercati neri, da quello per il petrolio all’importazione dei beni di consumo.

È allora che emerge la qualità principale dello Sciecco di Semnan, l’abilità di agire da trouble-shooter, in grado di ricompattare il frammentato e frastagliato panorama politico iraniano. Le sue capacità di apparire come un tecnocrate capace, esperto, ma equidistante dall’anima moderato-riformista della Repubblica islamica e quella oltranzista, hanno contribuito all’apertura dell’ennesima fase di una carriera politica ormai alle soglie del suo quarto decennio.

 

(tratto da Ytali.com)

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