Chi è Matteo Messina Denaro, il “parassita”

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Chi è Matteo Messina Denaro. Detto ’U siccu, o anche “Diabolik”, come il suo fumetto preferito. Il boss di Castelvetrano che da 22 anni sfugge alla cattura

Si stringe il cerchio intorno al mafioso più ricercato d’Europa, Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi di Roma, Milano e Firenze del 1993. È questo l’esito dell’operazione di polizia conclusa all’alba di oggi con l’arresto di undici fedelissimi del boss.

 

Colpito il sistema di comunicazione di Cosa Nostra. Secondo quanto emerso, gli arrestati comunicavano attraverso una rete di “pizzini” smistati durante i summit, nascosti sotto terra e poi recuperati in seguito da persone fidate. La trasmissione della riservata corrispondenza avveniva con cadenza trimestrale in aperta campagna e con modalità dettate dallo stesso latitante che, al fine di scongiurare ogni tentativo degli investigatori di risalire la filiera, evitava frequenti contatti con i suoi accoliti.

Chi è Matteo Messina Denaro. Detto ’U siccu, o anche “Diabolik”, come il suo fumetto preferito, il boss di Castelvetrano (Trapani) ha ricevuto l’ultima condanna definitiva il 17 ottobre 2013 a 27 anni e 1 mese di reclusione per associazione mafiosa.

È da tutti considerato il capo di Cosa Nostra dal 2008, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano di cui era diventato uomo di fiducia. Messina Denaro, che da 22 anni sfugge alla cattura, commette i primi delitti al servizio di Leoluca Bagarella, impegnato, nei primi anni Novanta, a combattere appartenenti alle famiglie sconfitte dai corleonesi nella seconda guerra di mafia. Il più crudele è il duplice omicidio dei fidanzati Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo (incinta di tre mesi, ritenuta testimone scomoda degli affari di Cosa nostra), il primo morto sparato, la seconda strangolata.

Quando esegue le stragi del ’93 dirette da Leoluca Bagarella ha soltanto 21 anni. Stragi per le quali viene poi condannato all’ergastolo nel 2002.

Il suo autista, il professore di educazione fisica Vito Signorello, intercettato dagli inquirenti lo descrive così: “Lu bene vene da lu Siccu. Lo dobbiamo adorare, è ’u Diu, è ’u bene di nuiatri”. Una guerra aperta con lo Stato, quella del boss, come egli stesso scrive in una delle sue carte: “Sono un nemico della giustizia italiana che è marcia e corrotta dalle fondamenta”.

“È un parassita che non tiene conto dei legami familiari – spiega in conferenza stampa il procuratore aggiunto del capoluogo siciliano, Teresa Principato – ma usufruisce dei soldi e dei legami che i componenti del suo ambito familiare e del clan possono fargli avere”. Finora sono stati sequestrati ai suoi prestanome beni per 3,5 miliardi di euro.

L’ultimo identikit del capo indiscusso delle famiglie mafiose del trapanese è stato diramato nel marzo del 2014, disegnato dai finanzieri del Gico (Gruppi investigazione criminalità organizzata). Secondo alcune fonti è affetto da strabismo di Venere e soffre di insufficienza renale cronica: per sottoporsi alla dialisi avrebbe addirittura installato nel suo rifugio le apparecchiature necessarie.
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Riportiamo alcuni estratti di una lettera, scritta nel 2005 dal boss trapanese, venuta in possesso dagli inquirenti e indirizzata con lo pseudonimo di “Alessio”, a “Svetonio”, nome fittizio di un personaggio non ancora identificato.

“Ho avuto un rapporto particolare con la morte, mi è sempre aleggiata intorno e so riconoscerla, da ragazzo la sfidavo con leggerezza, oggi da uomo maturo non la sfido, più semplicemente la prendo a calci in testa perché non la temo, non tanto per un fattore di coraggio, ma più che altro perché non amo la vita”.

“Ho fatto della correttezza la mia filosofia di vita e spero di morire da uomo giusto, tutto il resto non ha più valore”.

“In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda. Oramai non c’è più un politico di razza; l’unico a mia memoria fu Craxi ed abbiamo visto la fine che gli hanno fatto fare. Oggi per essere un buon politico basta che faccia antimafia…”

“Troppo semplicistico per lo stato italiano relegare il fenomeno Sicilia come un’orda di delinquenti ed una masnada di criminali, non è così, abbiamo più storia noi che questo stato italiano. Se io fossi nato due secoli fa, con lo stesso vissuto di oggi già gli avrei fatto una rivoluzione a questo stato italiano e l’avrei anche vinta.”

“Hanno praticato e praticano ancora oggi la tortura nelle carceri, facciano pure, non contesto loro ciò, hanno istituito il 41 bis, facciano pure e che mettano anche 1’82 quater, tanto ci saranno sempre uomini che non svenderanno la propria dignità da noi, che la smettano di ammantarsi di perbenismo e di alto grado di civiltà, non ha nulla di paese civile questo sino a quando certe verità non verranno a galla. Solo la storia la scrive chi vince e loro hanno vinto”.

 

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