Chi di mail ferisce di mail perisce

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A worker carries flags across the main stage during preparations before the start of the 2016 Democratic Convention, Monday, July 25, 2016, in Philadelphia. (ANSA/AP Photo/John Locher) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribu]

La Convention democratica a Philadelphia non è certo cominciata nel migliore dei modi per Hillary Clinton. Travolta da scandali e scelte sbagliate, rischia di giocarsi l’appoggio dei sostenitori di Sanders

Actions bring consequences, le azioni che compiamo hanno sempre delle conseguenze e le mail che scriviamo non sono esenti. Travolta dall’ennesimo leak, il Chair del Partito Democratico (DNC), Debbie Wasserman Schultz, si è finalmente dimessa. Il fatto di per sé sarebbe anche una notizia positiva: è stata, a detta di tutti, una pessima Chair, anteponendo il proprio interesse personale a quello del partito. Ma avvenendo a ridosso della Convenzione Democratica di Philadelphia, vanifica ogni speranza di avere una serena Convention Dem, in nome dell’unità del partito.

Le mail dimostrano quello che i sostenitori di Sanders sostengono da mesi: che il DNC non si è tenuto affatto neutrale durante le primarie, privilegiando la Clinton, discutendo di strategie per danneggiare Sanders e arrivando al punto di deriderne i sostenitori, definiti BernieBros. La Clinton ci ha messo anche del suo: nonostante Sanders abbia fatto l’endorsement per lei e, assieme a Michelle Obama e Elisabeth Warren abbiano aperto la Convention, buona parte dei suoi seguaci rimarranno fermi nella posizione #NeverHillary, #HillaryMai.

Hillary ha fatto di più: se i suoi collaboratori hanno fatto dimettere la Wasserman, lei ha visto bene di nominarla Chairman onoraria della sua campagna. Un titolo che serve a ben poco, se non a irritare ulteriormente i sostenitori di Bernie.

Hillary ha invece un disperato bisogno dei sostenitori di Bernie, specie degli indipendenti. In rischio è che molti votino scheda bianca o nulla – arrivando a scrivere il nome di Bernie – oppure scegliere la candidata verde Jill Stein o il candidato Libertarian Gary Johnson, ma anche che non voti per nulla.

Il modo più sicuro per garantirsi il voto dei seguaci di Sanders sarebbe stato sceglierlo come VP, come Obama fece con lei, promettendole il Dipartimento di Stato. Invece Hillary ha già scelto il senatore della Virginia Tim Kaine, persona di grande affabilità – così come il VP scelto da Trump, Mike Pence – garantendo solo che il dibattito vicepresidenziale sarà una noia mortale, un raro momento di calma tra i fendenti che si tireranno invece Hillary e The Donald.

Uno dei maggiori pregi di Kaine, a parte l’esperienza, è che parla spagnolo. Ma i latini sono già per due terzi a favore della Clinton ed in ogni caso contano solo per l’11% dell’elettorato totale (ammesso che votino tutti, nel 2012 votarono il 64% degli aventi diritto).

Scegliendo Kaine, la Clinton ha scelto una persona che non rischia di farle ombra e condivisa da buona parte dell’establishment dem che hanno scelto di fare una scommessa, puntando sulla premessa che gli elettori sono attori razionali e che quindi sceglieranno lei perché ha più esperienza. Visti i tempi, è una scelta  azzardata e la CNN, canale sicuramente non di simpatie repubblicane, dà adesso Trump in vantaggio: 48% contro 45%.

Trump sembra fiutare l’aria e sta battendo proprio dove il dente più duole, radicalizzando il dibattito sul rischio sicurezza. Sembrerebbe illogico ma non lo è. Gli americani, specialmente quelli della Bible Belt che, assieme agli indipendenti, saranno quella che farà la differenza, restano profondamente misogeni. In tempi di crisi di sicurezza, si preferisce sempre un uomo ad una donna. Meglio ancora se è un “uomo forte”, anche se pazzo. La Clinton invece, come hanno affermato sia il direttore del FBI, che l’ispettore generale del Dipartimento di Stato, è stata estremamente negligente nel gestire la sicurezza delle sue comunicazioni.

Per questo anche l’ultima tattica del fronte antiTrump, insinuare un supporto russo alla candidatura di The Donald (riportando alla luce la paranoia da Guerra Fredda degli anni ’50) non solo è assolutamente ridicola ma, quel che è peggio, rischia di essere assolutamente controproducente.

Quello che è invece assolutamente inspiegabile è come possono conciliarsi gli alti rating di fiducia nel Presidente Barack Obama come persona, con i reting relativamente modesti sul suo operato. A posteriori, Barack Obama sarà sicuramente ricordato come uno dei grandi presidenti americani, capaci di rivoluzionare un paese. Ed è probabile che, forse già tra un anno, anche coloro che adesso non lo sostengono, lo rimpiangeranno amaramente.

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