Checco Zalone che infine scoprì la commedia con “Quo Vado?”

Dal giornale
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L’ultimo film “Quo vado?” a differenza dei precedenti ha una comicità consapevole, meno farsa e addirittura più sostanza

Partiamo da un rapido ripasso: Checco Zalone, come saprete, non esiste. È una creatura mitologica, una maschera del folklore, un Giano Bifronte creato dal lavoro congiunto di Luca Medici (attore, sceneggiatore, musicista) e Gennaro Nunziante (regista, sceneggiatore). Il nome “Checco Zalone” è un azzeccato gioco di parole sul termine barese “cozzalo”, che sta per “tamarro, coatto”: modificato in “Checco Zalone” significa “che cozzalone”, e l’etimologia legata alle cozze non è, in Puglia, casuale (a Taranto, ad esempio, lo modificano in “cozzaro”). Sempre e comunque interpretato da Luca Medici, Checco Zalone è nato – già in coppia con Gennaro Nunziante, anch’egli barese – su Telenorba, una tv pugliese leggendaria per i personaggi che ha allevato (vengono da lì anche Toti e Tata, un duo comico in Puglia amatissimo: uno dei due era Emilio Solfrizzi, pure lui assurto a fama nazionale). Passato a Zelig, diventa un fenomeno virale in rete (una rapida ricerca su youtube trovava, anche ieri, ben 105.000 file) e arriva al cinema nel 2009 con Cado dalle nubi. Con i successivi film Che bella giornata e Sole a catinelle (sempre realizzati in coppia da Medici & Nunziante) viene battuto ogni record: Sole a catinelle, con circa 50 milioni di euro, è il secondo incasso di sempre nella storia del mercato italiano dopo Avatar di James Cameron, ma il primo in termini di biglietti venduti (quasi 8 milioni: Avatar, in 3D, aveva un costo del biglietto superiore).

Incassi record
Anche ieri, alla conferenza stampa tenutasi al cinema Adriano, si è molto parlato di copie, di spettatori, di soldi: Quo vado?, il nuovo film, esce l’1 gennaio su 1.300 schermi; circa 100 di questi cominceranno la programmazione nelle primissime ore del nuovo anno, programmandolo alle 0.30 della notte di San Silvestro. Medusa punta al colpo grosso: quasi sicuramente verrà battuto Star Wars, anche grazie alla durata (85 minuti, contro i 135 del film di Abrams) che consente un maggior numero di proiezioni giornaliere. Pietro Valsecchi, il produttore, ha messo le mani avanti: «Sento parlare molto di queste 1.300 copie, come se fossimo avidi, ma sono gli esercenti a chiedere il film. È un evento che fa gola a tutti, e a parte Star Wars è un momento di vacche magre. Io so già quanto incasserà, ho azzeccato il pronostico pure sugli altri tre, ho sempre vinto le scommesse con Luca e con Gennaro e vincerò anche questa». Luca Medici è più cauto: «Con il film precedente abbiamo fatto incassi spropositati. 8 milioni di biglietti sono una cosa enorme, se stavolta ne facciamo 4 va bene uguale»

Come una Spa
Esiste una sorta di tormentone giornalistico su Checco Zalone, del quale Luca e Gennaro sono meno colpevoli di altri: se ne parla sempre e soltanto in termini di incassi, come se fosse una Spa che debba distribuire dividendi. Certo, quando Medici afferma scherzando di essere lui “il mezzo punto in più del Pil” di cui ha parlato Matteo Renzi, incoraggia l’andazzo. Nessuno sembra prendere seriamente in considerazione due aspetti: che tipo di comicità incarna Checco Zalone (ci riflette, qui accanto, Lucrezia Ercoli) e soprattutto che tipo di cinema fanno? Alla seconda domanda ci sentiamo di rispondere: nei primi tre film hanno fatto un cinema tirato via, al risparmio, con copioni assai esili costruiti sulle gag e sulle canzoncine parodistiche di Medici e su scelte di casting spesso assurde (a parte il coinvolgimento di qualche caratterista di lusso come Rocco Papaleo, Tullio Solenghi e Ivano Marescotti). Il risultato era paradossale: tutti vedevano i film per poi scoprire, quando si recavano a vedere Medici in teatro, che i film stessi restituivano sì e no il 10% del suo potenziale comico. Il Checco Zalone teatrale e televisivo è immensamente più virulento (anche come linguaggio) e più eversivo del suo alter ego cinematografico.

Del resto, chi c’era (negli anni ’40 e ’50) giura che avveniva la stessa cosa con Totò. Quo vado? è decisamente una svolta. È molto più costruito dei film precedenti, ha finalmente una sceneggiatura degna di questo nome, mette in campo temi assai forti della vita italiana di oggi… ed è paradossalmente meno ridanciano degli altri, con meno parolacce, meno smorfie: più commedia, meno farsa. Ha una comicità più consapevole e più trattenuta, che ha portato tutti i giornalisti in conferenza stampa a far precedere le domande dai complimenti… finché Medici si è stufato, e ha detto: «Oh, se mi state dicendo che farà meno soldi vi mando a cacare subito», riscoprendo la coprolalia cozzalona tanto fortunata. Valsecchi ha citato, non del tutto a vanvera, i nomi di Risi, di Sonego, di Monicelli, di Sordi. Medici e Nunziante hanno fatto i modesti: «Quelli erano artisti di ben altro livello – ha precisato Luca – per cui, Valsecchi, hai detto una cazzata… ma certo è quello il cinema al quale guardiamo. Nel film c’è la canzone La prima repubblica, ma io faccio il comico, non il politico: certe cose le dico per ridere. Forse negli anni ’60 il film sarebbe finito su una nota grottesca, noi abbiamo voluto un finale buonista».

«La cultura del posto fisso, l’aggrapparsi ai politici per farsi raccomandare – ha aggiunto Gennaro – è qualcosa che noi italiani abbiamo nel sangue. Noi cerchiamo di stare in mezzo alla strada, osserviamo quel che succede in Italia e cerchiamo di raccontarlo attraverso la chiave dell’ironia».
Infine arriva, inevitabile, la battuta sul “politicamente corretto”: come se far interpretare a Lino Banfi un politico maneggione fosse una novità (si rivedano L’esorciccio, certi “politicamente scorretti” dell’ultimora). E qui Luca Medici ha un guizzo: «La scorrettezza politica ha alzato la soglia della volgarità a causa di internet, è diventata accademia. È quasi nauseante. Quando la presa in giro diventa offesa gratuita, la soglia è passata, non c’è ritorno».

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