Che cos’è la Digital Tax e perché se ne riparla

Internet
epa04923010 A man walks in front of the Apple logo during a product announcement event from the Bill Graham Civic Auditorium in San Francisco, California, USA, 09 September 2015. Apple launched a revamped Apple TV on 09 September, calling its focus on apps 'the future of television.' The online content hub integrates TV and movie viewing, video games, music and other media with a new operating system, TV OS, and a souped-up remote that searches for content and controls playback with voice control. At a product presentation before thousands of journalists and Apple employees in San Francisco, Apple introduced the latest iPhone and iPads, as well as new designs and features for Apple Watch.  EPA/MONICA DAVEY

La prima proposta risale al 2013 e fino ad ora non ha avuto seguito

Web Tax, Google Tax e nell’ultima versione, coniata ieri sera da Matteo Renzi, Digital Tax. La tassa che dovrebbe fare rientrare in italia milioni di euro, costringendo le grandi multinazionali del digitale a pagare più tasse nel nostro paese, potrebbe arrivare presto. A gennaio 2017, promette Renzi.

In realtà, però, la vicenda è lunga e più di una volta si è arenata non appena se n’è fatto cenno. L’idea era arrivata nel 2013 al deputato del Pd, Francesco Boccia.  Si trattava della proposta di inserire un emendamento alla legge di stabilità che stabilisse che servizi e prodotti venduti su internet potessero essere acquistati solo da società che avessero aperto una partita IVA in Italia. Ma la proposta non fu portata a termine. Vuoi perché osteggiata da diversi parlamentari, vuoi perché di fatto sarebbe stata una violazione delle regole europee.

Tanto che è lo stesso Renzi ad averlo ricordato: l’Italia ha aspettato “per due anni una legge europea”, ma visto che da Bruxelles non sono arrivati segnali l’Italia pare decisa a fare da se. “Sarà legge dal primo gennaio 2017 – ha promesso il Premier – non per fare soldi ma per una questione di giustizia, in attesa di una norma europea”.
Boccia, che per primo aveva pensato alla tassa digitale, è convinto che “La politica sana ha il dovere di intervenire sulla mostruosa base imponibile erosa e far pagare alle multinazionali dell’economia digitale imposte che oggi eludono, riducendo le imposte alle imprese italiane tradizionali”.

La nuova Digital Tax si baserebbe su un disegno di legge di Scelta Civica. Lo ha chiarito il sottosegretario all’Economia e segretario di Sc, Enrico Zanetti, spiegando che “il ddl lo avevamo già portato all’attenzione di Renzi” e che il premier, mercoledì scorso in un incontro di natura politica, “ha accolto il nostro schema”. La proposta prevede l’assoggettamento al regime fiscale italiano per i soggetti non residenti che realizzano transazioni finanziarie digitali con una continuità di sei mesi ed un fatturato pari ad almeno 5 milioni. In alternativa, ha spiegato Zanetti, il soggetto “diventa residente in Italia ed è assoggettato ad una ritenuta alla fonte sulle transazioni del 25%”. Il gettito annuo stimato della digital tax, secondo i dati diffusi dal Sottosegretario, dovrebbe essere tra i 2 e i 3 miliardi di euro. Più del doppio previsto dalla vecchia proposta del 2013.

La Digital Tax, dunque, è una soluzione al problema? No, scrive oggi Massimo Russo sulla Stampa. “L’unica sede possibile per trovarla è Bruxelles. – spiega – Ogni regolamentazione unilaterale che ci allontani da un quadro unico europeo condiviso non fa che impedire la nascita di un solo mercato”. Tuttavia il problema si pone e la soluzione ventilata, anche se non nel dettaglio, potrebbe sollecitare una reazione a livello europeo.

Vedi anche

Altri articoli