Cesare Cremonini, quando il pop commerciale sposa la qualità

Musica
Cesare Cremonini durante il concerto al PalaAlpitour di Torino, 23 ottobre 2015.
ANSA/UFFICIO STAMPA/FRANCESCO PRANDONI
+++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Abbiamo assistito alla data romana del “Più che Logico Tour” e ve la raccontiamo

“Il giudice al quale do più credito non è il pubblico, non sono i critici: è il tempo”. Questo è il passaggio fondamentale del breve discorso che Cesare Cremonini tiene quasi a fine concerto. Fino a quel momento ha retto il palco senza risparmiarsi, interpretando le sue canzoni in continuo movimento su una pedana che culmina al centro del Palalottomatica. La band lo accompagna a qualche metro di distanza: sette elementi, tra basso, batteria, sintetizzatori e chitarre, ai quali si accompagnano due coristi (uomo e donna) e in alcuni brani una tromba.

Il tempo si diceva: per la precisione 16 anni. Il periodo trascorso dalla nascita dei Lunapop, che con il loro unico, fortunatissimo …Squèrez? rappresentano un continuo termine di paragone per il cantante bolognese.

Sciolto il gruppo, la sfida per Cremonini era duplice: da una parte mantenere vivo l’hype e il successo di pubblico, dall’altra sdoganarsi da un certo tipo di immaginario, che liquidava i Lunapop come una semplice teen band.

Oggi la scommessa pare vinta; è proprio suonando i brani più vecchi che l’artista si toglie le maggiori soddisfazioni: canzoni di dieci/dodici anni fa come Maggese, PadreMadre, Vieni a Vedere Perchè (per l’occasione solo voce e piano), sono rimaste nell’immaginario collettivo di chi lo ha seguito dall’inizio, e sono state scoperte da molti nuovi fan guadagnati nel corso degli anni.

Il Palalottomatica è gremito di un pubblico che conosce a memoria tutti i brani, e li canta dal primo all’ultimo, spingendo il cantante a porgere spesso il microfono verso la platea in suggestivi singalong. Ed è questo il gioco d’equilibrio attraverso il quale Cremonini ha plasmato un’ identità forte: tenersi sul filo del mainstream, alzando il più possibile il livello della scrittura dei brani, orientandosi verso una forma canzone comprensibile a un vasto pubblico ma cercando fermamente di evitare cadute di tono. Quello che riesce a fare molto bene da alcuni anni anche Jovanotti, che non a caso compare sui maxischermi durante l’esecuzione di Mondo.

Per Cremonini battere le strade di questo pop da classifica implica avere le antenne molto ricettive, captare input dall’esterno. Il suo ultimo singolo, “Lost in the Weekend”, frutto del consolidato sodalizio alla scrittura con Davide Petrella dei “Le Strisce”, ha un ‘groove’ che ricorda da vicino Electric Feels degli MGMT (siamo nel 2007). E spesso la produzione e gli arrangiamenti si confrontano con modelli d’oltremanica: riecheggiano qua e là gli ultimi Coldplay, un’impronta beatlesiana nelle armonizzazioni dei cori, il marchio del Britpop anni 90.

Nel veicolare queste influenze Cremonini riesce ad evitare inutili complicazioni; attraverso liriche molto comprensibili, melodie ariose e spesso accomodanti, e persino la sua fisicità, incarna una figura di popstar che si pone a livello del suo pubblico: priva di quell’apparato mitologizzante che delinea una netta cesura gerarchica tra il divo e i suoi fan.

“Daje Cesarone” è il grido che proviene da una fila di spettatori assiepati in tribuna: un moto d’affetto che esplode, di nuovo, quando viene presentato Ballo, lo storico bassista dei Lunapop, ombra di Cremonini in tutte le fasi della sua carriera.

Durante l’esecuzione di Maggese scorre sui maxischermi una parata di ritratti coloratissimi: l’ideale Olimpo della pop culture secondo Cremonini: da Lennon a Maradona, passando per Valentino Rossi fino a Luis Armstrong. Il brano successivo in scaletta è 50 Special, a cui fa eco il boato più forte di tutta la serata: tutti gli elementi del successo del cantante, che verranno poi levigati, raffinati, sviluppati, sono già presenti in questa canzone.

Il concerto termina con Un giorno migliore, LA ballata dei Lunapop: si chiude il cerchio con il passato e in pochi minuti il palazzetto si svuota.

Rimane l’impressione di uno show ben costruito, retto da brani solidi, che funzionano come dovrebbero anche live; un’accezione di pop commerciale di buona fattura, che riesce a smussare angoli e asperità senza cadere in nessun baratro: tentazione, quest’ultima, quasi irresistibile per molti altri big italiani.

Quello che ci domandiamo, attardandoci all’uscita insieme ad un gruppetto con delle fasce di Cremonini legate intorno alla fronte, è se questo possa bastare al panorama musicale nostrano; considerato che in passato è già accaduto e all’estero succede tuttora: saremo mai di nuovo pronti, in Italia, ad assorbire una proposta mainstream che, oltre all’elaborazione del passato, possa condurci a vedere un po’ di futuro?

 

Vedi anche

Altri articoli