Milano e Roma viaggiano a velocità diverse. L’ultimo clamoroso sorpasso

Dossier
roma-milano

Le due metropoli si stanno allontanando a ritmi vertiginosi. E mentre Milano tiene il passo dei migliori modelli europei, Roma è paralizzata e impantanata. Un divario che affonda le radici buona amministrazione e che si ripercuote sulla qualità della vita dei cittadini e sulla vitalità della politica stessa

C’era una volta la rivalità Roma-Milano. Due città, due mondi, due idee su come intendere la vita, la politica, l’economia. Due stili a confronto, da sempre in contrapposizione e in competizione l’uno con l’altro. Una storia dentro la storia, un motivo di confronto continuo, sia a livello strategico-amministrativo, sia a livello di folclore, oggetto di un dibattito infinito e a tratti romantico, al bar come allo stadio. Architrave della narrazione italica, attorno alla quale è stata costruita parte della fortuna cinematografica e letteraria del nostro Paese.

Ebbene, da qualche anno questa rivalità non esiste praticamente più. E risulta evidente, almeno per chi prova a dare un’occhiata ai numeri o per tutti coloro che frequentano e vivono le due città. Ogni sistema paese ha bisogno di una grande città guida e se fino a qualche anno fa esisteva un dubbio, oggi purtroppo Roma si presenta completamente e profondamente inadeguata al compito di metropoli globale. Milano non è ancora pienamente all’altezza, ma ci sta provando in tutti i modi e sotto tutti i punti di vista.

La cosa che colpisce di più è la velocità con la quale questo divario si sia ampliato. Se pensiamo solo a una decina di anni fa, ricordiamo un periodo in cui le parti sembravano quasi essersi invertite, con una Roma in piena crescita e una Milano che sembrava indirizzata sulla via della decadenza. Oggi è tutto il contrario. In mezzo, un decennio di crisi economica, di mala politica che ha devastato la Capitale e di buona amministrazione che, di contro, ha fatto ripartire quella che oggi è tornata ad essere definita “la Capitale morale” del Paese, dopo gli anni bui post-Tangentopoli. Numeri alla mano, il capoluogo lombardo è rimasto a galla, ha superato la fase più dura della crisi e, anche grazie ad Expo, è tornato a pieno titolo ad essere la ‘locomotiva del Paese’.

Una locomotiva che però, a differenza degli anni del boom economico, fatica a trascinarsi dietro il resto del Paese, a partire proprio da Roma. I primi che – anche se lentamente e faticosamente – cominciano ad accorgersene sono proprio i cittadini romani, costretti a vivere da anni in condizioni precarie dal punto di vista economico, sociale, di igiene pubblica e mobilità. Certo, Roma è ancora una città meglio interconnessa a livello globale rispetto a Milano, il centro storico è patrimonio dell’UNESCO, il patrimonio artistico non ha eguali al mondo, il clima è mite e il leggendario verde pubblico non si è ancora del tutto estinto. Ma è sempre più raro sentire da parte dei romani battute che una volta andavano per la maggiore, dal classico “Una cosa bona c’avete a Milano: er treno che ve riporta a Roma!” al “Te piace Milano? Vacce così stamo più larghi!“.

Se entriamo nel dettaglio dei numeri, il confronto diventa impietoso. L’ultimo sorpasso in termini numerici ha del clamoroso. Milano registra un boom di visitatori come non si vedeva da decenni e, come ha affermato il sindaco Beppe Sala, “da tre anni supera Roma”.  Il report del Global Destination Cities Index MasterCard dice nel 2016, finora, Milano è la terza meta più visitata in Europa, seconda solo a Londra e Parigi, la quattordicesima metropoli più visitata al mondo. Roma si ferma al sedicesimo posto, con un calo costante negli ultimi anni. Trattandosi di una classifica relativa alla ricettività alberghiera, il dato è parziale perché non tiene conto di strutture alternative come b&b, case vacanze, affittacamere e strutture per pellegrini. Però fotografa un trend sempre più marcato. Un trend in cui il confronto a livello turistico è solo la punta di un iceberg molto più profondo.

Secondo i dati diffusi dallo studio di Roberto Cicciomessere di Radicali Italiani, 44.555 euro è il valore aggiunto pro-capite del capoluogo lombardo, 31.415 quello di Roma: una differenza del 41,8%, un solco abissale, ancora più ampio di quello del Pil pro-capite (+18,8% a favore di Milano) e del reddito imponibile (+22,7% a favore dei milanesi). Numeri che fotografano l’incapacità della Capitale di affrontare il periodo più nero della crisi economica, dato che dal 2009 al 2013 il valore aggiunto romano è calato del 7,9% mentre quello milanese, nello stesso periodo, cresceva dell’1,7%.

Le cose non migliorano con la tiepida ripresa dell’economia. A Roma si è registrato nel 2015 una crescita pari allo 0,3% degli occupati rispetto al 2014, mentre a Milano l’aumento è stato del 4,3%; sempre nello scorso anno a Roma i disoccupati sono diminuiti del 3,1%, mentre a Milano il loro numero è sceso del 9,2%. Il tasso di disoccupazione, secondo l’ultimo rapporto diffuso dall’Istat sulle province italiane, parla di un 10,67% nella Capitale e di un 8,03% nel capoluogo lombardo.

Roma e Milano non sono mai state così lontane: mentre la prima appare implosa e paralizzata, la seconda riesce a mantenere il passo con i modelli europei più virtuosi. Tutto ciò si ripercuote sulla vitalità imprenditoriale: Milano ha un tasso di crescita quadruplo di nascita di nuove imprese rispetto alla media nazionale, delle 4mila start-up innovative registrate in tutta Italia, ben 500 hanno sede nella metropoli lombarda. Un quadro che finisce inevitabilmente per condizionare positivamente gli investimenti privati dall’estero, tanto che a Milano vive una quota di milionari pari a quattro volte quella di Roma. Il simbolo di questa rinascita economica, se vogliamo anche un po’ opulenta e per qualcuno ancora troppo di facciata, è il nuovo quartiere Porta Nuova con i suoi grattacieli che in un recente spot di promozione turistica della città è stato paragonato addirittura allo skyline di Manhattan.

Se dai numeri (e dai palazzi) ci spostiamo alla vita dei cittadini, il ritornello non cambia. Milano ha superato Roma in tutte le classifiche della qualità della vita, sia a livello nazionale che internazionale, nonostante permangano alcuni problemi come l’inquinamento e la precarietà di alcune zone periferiche. Se prendiamo ad esempio le due piaghe principali con cui la Capitale combatte ad anni, trasporti e rifiuti, il paragone tra due città è drammatico.

Atac, che è la municipalizzata che si occupa del trasporto pubblico a Roma percorre circa 150 milioni di chilometri all’anno, contro i 169 milioni percorsi dai mezzi pubblici gestiti da Atm, la corrispettiva milanese di Atac, nonostante gli 11.878 dipendenti di quest’ultima e i 9.695 di Atm. Il risultato è un attivo di più di 23 milioni di euro per Atm e un passivo di oltre 79 milioni per Atac. Gli investimenti nel parco mezzi sono di 423 milioni di euro per l’azienda milanese e di 16 milioni di euro per quella romana. Numeri che si traducono in una rete di trasporti capillare. A Roma il 58 per cento si muove con l’auto propria, la moto o lo scooter. Usa i mezzi pubblici solo il 26,7%, a fronte del 37,3 a Milano: dove solo il 36,9% si muove con mezzi privati. Se il 28,2% dei lavoratori milanesi utilizza la metro, a Roma non superano il 12,2%. Una sproporzione clamorosa, se si pensa che questi sono dati del censimento del 2011, quando il trasporto pubblico nella capitale non era ancora nello stato comatoso di oggi.

Se spostiamo il focus sul versante della gestione rifiuti, il divario tra le due città si fa plasticamente ancora più ampio e dimostra come da questo punto di vista l’Italia sia capace del peggio (Roma) e insieme del meglio (Milano). Tanto da indurre il quotidiano economico francese Les Echos a dedicare a questo tema un’intera pagina del giornale. Il corrispondente Olivier Tosseri contrappone il “caso Roma” al “modello Milano”. Roma si trova regolarmente sulle prime pagine della stampa internazionale per la sporcizia delle sue strade e per le 5 mila tonnellate di spazzatura al giorno raccolte in maniera aleatoria dall’Ama, la municipalizzata indebitata per 600 milioni di euro, nota più per la gestione clientelare e gli scandali mafiosi che per l’impegno dei suoi 7.500 dipendenti poco o per niente formati; i quali del resto non sono aiutati dai 3 milioni di romani che praticano la raccolta selettiva solo per il 35 per cento.

Ai vizi della capitale politica italiana invece fanno da contraltare le virtù di Milano, che è all’avanguardia in materia di gestione rifiuti grazie all’innovazione tecnologica ed all’impegno dei suoi cittadini che attualmente seleziona quasi il 54 per cento dei suoi rifiuti domestici, prima città europea ad aver superato la soglia del 50 per cento, e si prefigge l’obbiettivo di raggiungere il 65 per cento entro il 2020. Un quadro che ha fatto addirittura breccia al di là dell’oceano, tanto da far scomodare una delegazione dell’assessorato all’Ambiente di New York, volata nel capoluogo lombardo per ispirarsi al modello-Milano.

Il Comune però non si accontenta di pensare alla raccolta della spazzatura e punta soprattutto sul riciclaggio: quello gestito dalla società municipale Amsa è infatti un vero e proprio sistema integrato. Sei nuovi siti saranno dedicati al riciclaggio del vetro, della carta, della plastica e dei rifiuti organici: un piano da 500 milioni di euro fino appunto al 2020, che ha l’obbiettivo di arrivare a riciclare il 100 per cento dei rifiuti dentro il 2030. Un obbiettivo ambizioso ma realizzabile: solo lo 0,1 per cento dei rifiuti indifferenziati finisce in discarica, il resto è utilizzato per fornire riscaldamento a 20mila famiglie ed elettricità ad altre 130mila.

Spiegare questi numeri eclatanti non è semplice. Ci sono dinamiche secolari che stanno alla base delle altrettanto secolari differenze tra le due città. Ciò che risulta del tutto evidente, però, è che Milano deve gran parte del suo attuale successo ad una cosa che si chiama buon governo, alla capacità delle ultime amministrazioni di cogliere le opportunità che si sono poste davanti alla strada della rinascita (Expo su tutte) e di trasformarle in risultati concreti per la città. Esattamente l’opposto di quanto abbiano fatto e stiano continuando a fare le amministrazioni capitoline, impantanate ormai da anni e incapaci tanto di dare un seppur minimo segnale di uscita dalle sabbie mobili quanto di indicare una strada, una visione per il futuro.

Un successo amministrativo, quello di Milano, che si ripercuote sulla politica stessa. Qui, per esempio, il Partito Democratico sta vivendo una sorta di periodo aureo, contraddistinto da una sostanziale inesistenza di polemiche interne (seppure nel rispetto delle diverse posizioni) e da una vitalità inedita se pensiamo anche solo a qualche anno fa. A Roma, invece, lo stesso partito fatica a superare lo choc legato alle inchieste di mafia capitale. Non è un caso, d’altronde che Milano possa essere considerata una città ormai praticamente “degrillizzata”, mentre a Roma il Movimento 5 Stelle abbia costruito il suo enorme successo proprio cavalcando la mala politica, la corruzione e la cattiva amministrazione. Centinaia di migliaia di romani hanno dato fiducia ad una nuova classe dirigente, nel segno del cambiamento e della discontinuità. Ma anche qui, l’ultima emblematica differenza fotografa un totale squilibrio: il nuovo sindaco di Milano Beppe Sala ha riunito la giunta una settimana dopo il ballottaggio che l’ha eletto e sta lavorando a pieno regime per la città, Virginia Raggi, dopo tre mesi, è ancora alla ricerca dell’assessore al Bilancio. Tempi che la Capitale non può più permettersi.

Altri articoli