Censis: l’Italia in “letargo collettivo”, ma dai giovani la speranza di un risveglio

Società
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Il Censis fotografa l’Italia: più consumi, più startup e maggiori esportazioni. Ma la strada è ancora lunga

Per la prima volta dall’inizio della crisi le famiglie italiane riprendono a consumare ma per il 20% di loro il reddito non basta per arrivare alla fine del mese. A dirlo è il Censis presentando il 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese.

Lo studio definisce il nostro Paese in un “letargo esistenziale collettivo” cioè non più capace di progettare il futuro o di produrre interpretazioni della realtà, per cui finisce per restare prigioniero della cronaca. E’ un’Italia dove crescono le disuguaglianze e gli egoismi, dove le riforme realizzate dal governo faticano a suscitare consenso perché si preferisce puntare su ciò che resta dei grandi soggetti economici, politici e sociali che hanno indirizzato la società negli anni passati. “Nella nostra storia – osserva il direttore del Censis, Giuseppe De Rita – il resto del mito della grande industria e dei settori avanzati è stata l’economia sommersa e lo sviluppo del lavoro autonomo. Il resto della lotta di classe nella grande fabbrica è stata la lunga deriva della cetomedizzazione. Il resto della spensierata stagione del consumismo è la medietà del consumatore sobrio. Il resto della lunga stagione del primato delle ideologie è oggi l’empirismo continuato della società che evolve”.

Seppur in un momento di criticità si possono riscontrare però anche dei segnali incoraggianti.
Cresce infatti la quota di persone che dichiara di avere fiducia nel futuro (il 39,8%) che supera quella di chi non vede segnali positivi (il 22,4%). Questa ritrovata fiducia si riflette sulle intenzioni di acquisto: il 5,7% delle famiglie (più del doppio rispetto all’anno scorso) ha intenzione di comprare un’auto nuova, il 5,7% nuovi mobili per la casa, l’11,2% nuovi elettrodomestici (quasi 3 milioni di famiglie), il 9,2% ha intenzione di ristrutturare l’immobile.

Un’altra buona notizia arriva anche dall’imprenditoria giovanile. L’Italia ha il più ampio numero di giovani lavoratori autonomi tra i principali Paesi europei: sono 941.000 (nella classe 20-34 anni), seguiti da 849.000 inglesi e 528.000 tedeschi. Il nostro Paese può contare anche su un bacino di potenziali start up vitale e in continuo fermento. Il 15% dei giovani italiani (16-30 anni) ha intenzione di avviare una start up nei prossimi anni. Sono circa 7.000 i giovanissimi titolari d’impresa in più oggi rispetto al 2009 (+20,4%) in alcuni e ben caratterizzati settori, riscuotendo “preziosi risultati sul piano personale e di sistema”. Tra i segmenti più dinamici un ruolo particolare è svolto dall’area della ristorazione e della ricettività, nella quale operano quasi 20.000 titolari d’impresa al di sotto dei 30 anni (il 9,8% del totale).

Un’altra eccellenza italiana è il settore agroalimentare, che nell’anno dell’Expo fa il boom di esportazioni (+6,2% nei primi otto mesi del 2015) e riconquista la leadership nel mercato mondiale del vino (con oltre 3 miliardi di export).

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