C’è vita oltre la Brexit?

Brexit
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Qual è la vera portata della decisione a cui sono chiamati i cittadini britannici il 23 giugno e, soprattutto, esiste il cosiddetto ‘piano B’?

A meno di tre settimane dal referendum per la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, lo spettro della Brexit comincia ad agitarsi in tutto il Vecchio continente e non solo. C’è chi parla di conseguenze imprevedibili, chi di catastrofe epocale. Qualcuno, addirittura, ipotizza che all’orizzonte possa esserci la fine della pace. Ma qual è la vera portata della decisione a cui sono chiamati i cittadini britannici il 23 giugno? Quanto un’eventuale Brexit potrebbe modificare la geografia politica ed economia del Vecchio continente e, soprattutto, esiste il cosiddetto ‘piano B’?

Conseguenze politiche
L’addio di Londra all’Ue comporterebbe rischi politici rilevanti. In primo luogo perché potrebbe innescare nuove ‘fuoriuscite’ dall’Ue, a tutto vantaggio della retorica dei partiti euroscettici e populisti. Londra, dal canto suo, entrerebbe subito in un periodo di caos politico, visto che arriverebbero le dimissioni di Cameron. D’altronde, il primo ministro inglese ha messo la sua credibilità in gioco convocando la consultazione e facendo campagna per rimanere nell’Ue. Ci sarebbero poi le conseguenze legate al mondo del lavoro: in caso di Brexit bisognerà rinegoziare le clausole per la circolazione delle merci e dei lavoratori (ci vorranno circa due anni per farlo).

Conseguenze economiche e finanziarie
Nelle ultime settimane sono giunte diverse previsioni allarmistiche da istituzioni internazionali, come Ocse e Fmi, su quelle che sarebbero le ricadute economiche della Brexit. Lo stesso G7 delle Finanze ha avvertito che ne deriverebbero conseguenze negative. E la Banca d’Inghilterra ha recentemente alzato i toni sulle conseguenze di un addio all’Ue ipotizzando “una recessione se quell’ipotesi si avverasse”.

Secondo uno studio dell’Ocse, la vittoria del Sì costerebbe all’economia britannica mezzo punto di Pil all’anno dal 2016 al 2018 e inoltre il Regno Unito, come ha già avvertito qualche settimana fa Barack Obama, vedrebbe una riduzione degli investimenti Usa. Quanto agli effetti sui paesi europei, sempre secondo lo studio dell’Ocse, la Brexit avrebbe effetti differenti sui diversi paesi europei a seconda del grado di esposizione, con l’Italia tra i meno a rischio. Tra i paesi che pagherebbero più duramente figurano, secondo l’organizzazione internazionale, Irlanda, Lussemburgo, Olanda. L’organizzazione di Parigi stila poi altre due categorie: i paesi “moderatamente” esposti (come Germania, Francia e Spagna) e quelli “relativamente meno esposti”, tra i quali l’Italia e la gran parte delle nazioni dell’ex cortina di ferro, che, nel caso, soffrirebbero un calo del Pil massimo tra lo 0,1% e lo 0,2%.

Sul fronte finanziario, i timori che altri paesi lascino l’Unione rischierebbe di condizionare negativamente gli spread dei paesi periferici, aumentando i costi di rifinanziamento del debito. E a risentire di una Brexit, fa notare l’agenzia di rating Fitch, sarebbero in particolare Irlanda, Malta, Lussemburgo, Spagna, Francia e Germania, paesi le cui banche hanno forti legami con la Gran Bretagna. Di certo la situazione di incertezza di questi giorni peserà molto sull’andamento dei mercati finanziari. D’altra parte, si sa, nelle piazze finanziarie quando c’è ansia e nervosismo entra sempre in gioco la speculazione.

Il paracadute dell’Ue
L’eventualità di una Brexit non sembra tuttavia preoccupare troppo le istituzioni europee. Da una parte la Bce si dichiara “preparata ad ogni evenienza”: giovedi il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, ha provato a rassicurare l’intero mondo finanziario e politico facendo capire che a Francoforte c’è già un piano B. In pratica ci si sta attrezzando tecnicamente per affrontare gli scossoni e le turbolenze innescate da una eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. E secondo quanto riporta il Messaggero, la Bce e la Banca d’Inghilterra dovrebbero annunciare a breve un accordo per garantire liquidità al sistema e stabilizzare il mercato dei cambi. Nel frattempo, sul piano politico, i leader europei stanno delineando le mosse da compiere per limitare le conseguenze di una brexit sul Vecchio continente. La volontà di molte capitali europee è quella di imporre un trattamento punitivo per non incoraggiare altri paesi a chiedere l’uscita dall’Ue. Tuttavia, un vero consenso su quale strada debba percorrere l’Ue in caso di brexit ancora non c’è, sebbene ci siano stati diversi contatti informali tra Bruxelles, Parigi, Roma e Berlino. Una prima risposta comune potrebbe arrivare nel prossimo Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, pochi giorni dopo la consultazione che potrebbe cambiare le sorti del Vecchio continente.

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