C’è anche un’Austria che accoglie, non solo i muri della politica

Scenari
epa05277136 Austrian police stand behind a banner reading 'Refugees welcome - for a human asylum politics' during a protest for a better asylum law in front of Austrian parliament building in Vienna, Austria, on 25 April 2016.  EPA/CHRISTIAN BRUNA

Il 19% della popolazione è rappresentata da immigrati, in grandissima parte integrati nella società. Il cambio di rotta del governo per resistere all’offensiva populista

Poco oltre le rotaie del trenino che corre borbottando lungo il perimetro del Prater c’è un albergo di recente creazione. Si chiama Magdas. Dinis si dà da fare alla reception, Nicholas serve drink e tramezzini, Eshan gestisce la sala colazioni e Antonio – un dissidente iraniano convertitosi al cattolicesimo – cura il giardino. Loro e quasi tutti gli altri dipendenti del Magdas, esclusi i profili manageriali, sono immigrati. Qualcuno è rifugiato politico. Altri hanno richiesto asilo, ma non sono riusciti a ottenerlo e hanno dovuto per forza di cose allungare il loro percorso d’integrazione. C’è anche chi è venuto per ricongiungersi con il coniuge, e in questi casi le cose sono filate un po’ più lisce. Ma appunto: queste persone sono arrivate da altri Paesi, da altri continenti. Non tutti pensavano di restarci, ma Vienna, alla fine, è diventata la loro casa.

La storia del Magdas – un’iniziativa della Caritas di Vienna – ha avuto molta eco sui giornali, da un anno a questa parte. È stata dipinta come una vicenda di speranza e riscatto. Ed è in parte così. Ma poi c’è il senso pratico. Il Magdas nasce infatti dal bisogno di creare occupazione e stabilizzare, perché il mercato del lavoro austriaco è esigente e anche un po’ legnoso, per chi viene da lontano. Bisogna sapere molto bene la lingua, destreggiarsi tra pratiche burocratiche, essere disposti a compensi un po’ più bassi della media.

Sempre a Vienna, ma ben lontano dal centro, c’è un altro posto che ha molto a che fare con l’immigrazione. È una cittadella ricavata nello spazio un tempo occupato da una vecchia polveriera austro-ungarica, e si chiama informalmente Macondo, come il nome del villaggio magico dove Garcia Marquez ha ambientato Cent’anni di solitudine. È logico pensare che ci vivano molti sudamericani. Infatti è così. Cileni, soprattutto. Quasi tutti fuggiti dopo il golpe di Pinochet nel 1973. Non sono gli unici esuli del Macondo. Ci sono vietnamiti, iracheni, afghani, ceceni, albanesi, somali, serbi, siriani ovviamente. Persino ungheresi scappati dopo l’arrivo dei cingolati sovietici a Budapest nel 1956: l’anno della rivoluzione. Il Macondo è uno specchio del mondo dove sono passati o hanno messo radici definitive rifugiati da ogni posto e da ogni epoca. La vita qui non è facile, in particolare per i più giovani. Il fusto della città è distante, gli spazi per la socializzazione scarseggiano. Ma Vienna, in qualche modo, ha accolto queste persone.

Accoglienza, appunto. La storia di Vienna ruota anche intorno a questa parola. Un’accoglienza non lineare, non fluida, non facile da guadagnare. Ma un’accoglienza, non v’è dubbio. Lo sanciscono anche i numeri. La capitale austriaca ha un milione e 766mila abitanti (dato 2014). Il 49% ha origini non viennesi. Sono persone nate all’estero o da genitori di altra nazionalità. I residenti propriamente stranieri sono 629mila, di cui 249mila provenienti da Paesi Ue e 380mila da Stati extra-europei. Tra questi, la Serbia è il più rappresentato. Serbi e altri ex jugoslavi hanno aperto ristoranti e negozi sulla Ottakringer Strasse, prontamente ribattezzata Balkanstrasse dai giornali.

Si dirà che Vienna non è l’Austria. In effetti ritmo e opportunità offerte dalla Capitale sono diversi dal resto del Paese. Più intenso il primo, più ricche le seconde. Ma anche l’altra Austria, se così si può dire, tende a essere calamita. Un milione di persone, sparse nelle restanti regioni del Paese, hanno origini non austriache. Il 19% della popolazione complessiva, messa in termini percentuali. L’Austria è al livello della Svezia. In Europa solo Lussemburgo, Malta, Cipro e Irlanda fanno segnare numeri più alti. Ma esclusa l’Irlanda, presa d’assalto dai polacchi dopo il 2004, sono più che altro le logiche di portafoglio a determinare in questi casi lo spostamento di popolazione.

Insomma, per farla breve: Vienna e l’Austria sono una città e un Paese di destinazione. Luoghi dove è possibile andare con un progetto di vita in testa. Lo dice la storia di questi decenni. E dunque le notizie recenti sulle restrizioni sul diritto d’asilo e sui controlli al Brennero – controlli prevedibili, visto che già sono attivi sulla strada che porta a e viene da Budapest – non possono apparire che come un palese corto circuito.

La postura assunta dal governo austriaco è molto triste, ma in fin dei conti non deve stupire. Asseconda gli umori degli elettori e cerca di respingere l’assalto dell’alternativa radicale, da sempre abile a brandire l’arma della paura del diverso. Un’arma divenuta affilatissima, con la crisi dei rifugiati. Un’arma con cui il populismo, che in Austria non deve di certo inventarsi come forza di governo, cerca ora di dare la spallata definitiva alla partitocrazia a due che ha retto nel dopoguerra l’Austria. Il duopolio popolare-socialdemocratico, minato dalla lunga gestione congiunta del potere e dalla congiuntura di crisi e post-crisi, che ha fatto saltare tante delle vecchie certezze, non solo a Vienna, ma in tutta Europa, ha le ore contate. O così sembra.

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