Catalogna: una non-vittoria degli indipendentisti e forse va bene così

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epa04953517 Pro-sovereignty bloc Junts pel Si (Together for the Yes) leaders Raul Romeva (C), Artur Mas (2-R) and Oriol Junqueras (R) celebrate the results of the elections in Barcelona, Catalonia, Spain, 27 September 2015. A coalition of separatists who promised independence for the Spanish region of Catalonia emerged as the likely victors in parliamentary elections, preliminary results showed.  EPA/ALBERTO ESTEVEZ

Da alcuni anni si assiste a una polarizzazione tra i regionalisti catalani che si sono radicalizzati per scaricare in modo populista su Madrid le responsabilità della crisi

Il concetto di “non vittoria”, familiare agli italiani dopo le elezioni del 2013 sembra applicarsi anche alle elezioni catalane.

C’erano due liste secessioniste, una eterogenea (Uniti per il Sì) che derivava soprattutto dall’accordo tra Convergenza democratica di Catalogna (centristi) e Sinistra Repubblicana, e l’altra di estrema sinistra, la Cup: esse avevano sostenuto che al di là dell’elezione dei deputati regionali si stava decidendo tra sì e no all’indipendenza. Il problema è che, però, le due liste erano divise sulle modalità dell’indipendenza: Uniti per il Sì aveva detto che bastava la maggioranza dei seggi e che andava negoziata; la Cup che ci voleva anche la maggioranza dei voti, cosa che avrebbe legittimato una rottura unilaterale fuori dalla legalità costituzionale.

Il punto è che i risultati di ieri pongono problemi proprio per questa diversità di partenza: le due liste sommate hanno superato la maggioranza dei seggi (62 più 10, cioè 72, mentre la maggioranza è 68 su 135) ma non quella dei voti (47,8%). Questo scarto è dovuto al sistema elettorale, soprattutto al diverso costo-seggi tra le varie province: si vota infatti in quattro circoscrizioni provinciali del tutto separate e la suddivisione dei seggi penalizza duramente Barcellona, dove gli indipendentisti vanno peggio (44,3%).

Prima ancora della questione dell’indipendenza, però, c’è il problema del Governo. Le norme vigenti (Statuto, regolamento del Parlamento, una legge ad hoc) prevedono che il Presidente della Giunta, proposto dal Presidente del consiglio regionale, sia eletto in prima votazione a maggioranza assoluta e, in seguito, a maggioranza relativa (i Sì devono battere i No). Il punto è che la Cup esclude, almeno per ora, di votare il Presidente uscente Mas, che era il candidato di Uniti per il Sì. Se entrambi restano su queste posizioni non sembra esserci soluzione: anche dopo la prima votazione non basterebbe neanche l’astensione della Cup perché Mas avrebbe 62 Sì e 63 No. Al momento non si può neanche escludere che in due mesi non si riesca a eleggere un Presidente e che si debba andare a nuove elezioni.

Da segnalare, a proposito degli altri partiti, che in pochi mesi sembra spegnersi la stella di Podemos, che aveva conquistato le città di Barcellona e Madrid: la sua lista insieme ai postcomunisti di Icv ha preso un punto percentuale in meno di quelli che aveva preso nel 2012 la sola Icv: addio sogni di gloria di subentrare ai socialisti come Syriza ha fatto col Psoe.

Il punto politico-costituzionale è che da alcuni anni si assiste a una polarizzazione tra i regionalisti catalani che si sono radicalizzati per scaricare in modo populista su Madrid le responsabilità della crisi e i centralisti postfranchisti del Pp che pensano di guadagnare voti nel resto della Spagna ignorando la specificità catalana.  Da questo punto di vista il fatto che ieri non sia emerso nessun vincitore può essere perso un bene, se spezza questa spirale che danneggia le posizioni ragionevoli intermedie, come quella federalista-regionalista dei socialisti, sempre che le due liste indipendentiste non realizzino qualche accordo con rischi di avventurismo, viste soprattutto le posizioni anti-sistema della Cup.

Infine un’ultima curiosità: dopo l’Mrp francese e la Dc italiana scompare un altro partito democristiano, l’Unione democratica di Catalogna, che si era separata dallo storico cartello elettorale con Convergenza non condividendo il radicalismo indipendentista, un partito nato nel 1931. Si può dire che degli originari partiti dc (più a sinistra di quelli del Ppe attuale) rimanga in vita al momento solo il partito basco Pnv.

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