Castrogiovanni, il rugbista globale, lascia la Nazionale. Anzi no…

Rugby
Italian rugby player Martin Castrogiovanni during Italy Rugby team training session at "Giulio Onesti sport center" in Rome, 20 January 2014. ANSA/CLAUDIO PERI

Questo sarà l’ultimo Sei Nazioni per il giocatore italiano più amato e conosciuto. Una carriera straordinaria e un impatto mediatico che ha contribuito a far diventare il rugby una passione nazionalpopolare

Martin Castrogiovanni, uno dei più forti giocatori della storia del rugby italiano, sicuramente il più famoso a livello globale, avrebbe deciso di lasciare la maglia azzurra. E lo potrebbe fare a fine stagione, dopo il Sei Nazioni, come rivela un video pubblicato su Facebook, in cui, durante il terzo tempo di Italia-Scozia, ha preso la parola il capitano Sergio Parisse.

“Oggi – ha detto Parisse – dentro lo spogliatoio abbiamo vissuto un momento molto particolare. Inaspettato forse per alcuni ma non per me, perché questa persona non è solo un compagno di squadra ma un grande amico. Castro ha deciso che quella di oggi è stata sicuramente la sua ultima partita in Italia con questa maglia. Abbiamo giocato tante partite, tante battaglie, mi dispiace non ci sia stata una vittoria per poter festeggiare tutti insieme. Sono orgoglioso di aver giocato tante partite in nazionale con te. Hai scritto la storia con questa maglia. Il mio grazie è anche quello di tutti gli italiani”.

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Il condizionale, però, è d’obbligo, dato che è stato lo stesso Castro, su Facebook, a smentire le parole pronunciate dal suo capitano. “Sapete tutti quello che mi è successo, l’operazione a cui sono stato sottoposto a ottobre dopo il Mondiale per rimuovere il neurinoma non è stata una passeggiata. Da quando sono rientrato affronto ogni partita come se fosse l’ultima e credo che Sergio abbia detto delle bellissime parole nei miei confronti e si riferisse proprio a questo. Quando deciderò di smettere lo saprete direttamente dal sottoscritto. Ricordatevi che l’erba cattiva non muore mai. Castro c’è, ancora!“.

Pilone destro, 34 anni, recordman di presenze in maglia azzurra (118 caps in partite ufficiali), ha esordito nel 2002 in un test match in Nuova Zelanda contro gli All Blacks. Dal 2003 non ha mai saltato un Sei Nazioni e vanta numerose esperienze all’estero, una su tutte quella con la maglia dei Leicester Tigers: sette anni ai vertici della premiership inglese (dal 2006 al 2013), quattro titoli nazionali vinti, addirittura il premio di giocatore dell’anno nel 2006, una rarità per un pilone, e l’inserimento nella Hall of Fame.

Ma oltre ai successi sul campo, il vero merito di Castro è quello di essere diventato un vero e proprio ambasciatore del rugby italiano. Un personaggio che ha contribuito, con la sua notorietà e la sua spontanea naturalezza, a dare a questo sport una dimensione nazional-popolare. Un campione ammirato e rispettato in campo, adorato fuori dal campo. Ancora oggi, allo stadio Olimpico, ogni volta che lo speaker pronuncia il suo nome, esplode un boato, non solo tra i tifosi italiani. E se il rugby è diventato uno sport che muove centinaia di migliaia di persone e genera milioni di fatturato, lo si deve anche a lui.

Negli ultimi anni il suo impatto sul campo non era più quello di una volta. Il fisico di un pilone, d’altronde, è sottoposto a stress e sforzi che chi non ha giocato a rugby ad alti livelli non può neanche immaginare. Forse è giusto dire addio adesso, lasciando dietro di sé un ricordo bellissimo. Qualunque sarà la sua decisione, sul campo lo ricorderemo sempre abbracciato al suo amico e capitano Sergio Parisse, cantando a squarciagola l’Inno di Mameli, cercando di trasmettere a se stesso, ai suoi compagni e a tutti gli italiani una carica speciale. Fuori dal campo, siamo sicuri, ne sentiremo parlare ancora per molto tempo. Il rugby ha ancora tanto bisogno di Castro.

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