Caro Bobo, caro Gianni, la vera questione è dove va il Pd

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Il Pd e il banco di prova del riformismo. Lettera di Alfredo Reichlin

Ho molto esitato nell’intervenire sulle questioni sollevate dalla lettera di Bobo a Gianni Cuperlo, consapevole come sono dei limiti e delle responsabilità che pesano su una persona come me. Lo faccio perché la situazione è molto seria e c’è un bisogno assoluto di chiarezza. Su che cosa si divide così aspramente questa forza – il PD – che lo si voglia o no rappresenta attualmente e non per ragioni contingenti l’architrave della democrazia italiana e la garanzia che questo paese ritrovi la via per una rinascita?

Io sono molto preoccupato. Sento acutamente il rischio che il paese vada allo sbando in balia degli sconvolgimenti del mondo, esposto a poteri sconosciuti e incontrollabili. Come si elegge il nuovo Senato è una scelta importantissima. Lo è anche la legge elettorale. Per non parlare della riforma della scuola e del mercato del lavoro. Ma io non credo che sia solo per queste scelte non condivise che il PD si trova di fronte ad un rischio serio di scissione. Ecco perché intervengo. Apprezzo molto tutti gli appelli a restare uniti ma temo che servano a poco senza una discussione vera che renda esplicita la ragione reale e seria del contrasto. Io credo che alla sua base c’è un grande interrogativo irrisolto: dove va il PD, dove si vuole che vada. Il punto è questo, e questa domanda ne presuppone un’altra: dove va e dove si vuole che vada l’Italia. Si vuole consolidare il PD come un grande campo che riorganizza e unisce le forze progressiste sia di centro che di sinistra? Oppure, volenti o nolenti, si scivola verso un nuovo partito orientato al centro capace di assimilare pezzo a pezzo la parte meno indigesta della destra, e ciò in quanto fonda il suo asse di governo su una base culturale e morale che rinnega e isola la sostanza del patrimonio storico della sinistra italiana. Questo dilemma esiste, inutile negarlo. Lo dimostra il fatto che un analogo problema, sia pur in forme diverse, si sta ponendo in tutti i paesi d’Europa ed esso investe non solo la Grecia e la Spagna ma la vicenda dei laburisti inglesi come dei socialdemocratici tedeschi. Di che cosa si tratta? Si tratta delle nuove sfide poste dalla crisi del processo di unificazione d’ Europa le quali stanno sconvolgendo i partiti i classici, le sovranità, e i vecchi sistemi politici. Ecco allora ciò che non mi convince. È il modo come la sinistra italiana sta affrontando questo problema cruciale. È vano ed è senza respiro né prospettiva ridurlo a Renzi. Non vedo un Mussolini alle porte. Vedo invece un enorme ed inedito problema storico-politico che riguarda la democrazia, il “chi comanda” in Europa (non devo ricordare la potenza impressionante delle oligarchie finanziarie) un problema che mette in crisi la figura della democrazia parlamentare e quindi il modo di essere dello Stato, insomma le Costituzioni materiali, non solo quelle formali. Mi pare questo il banco di prova del riformismo. Mi pare questa la crisi di quella che fu la grande corrente politico-idele che aveva fatto dell’Europa la patria della democrazia e dello stato sociale. Questo io penso. Non penso affatto di ostacolare gli sforzi di Renzi per l’avvio di nuove riforme. Non credo però che il compito della sinistra possa ridursi a guardare ciò che fa Renzi e non misurarsi con i grandi i problemi a cui ho accennato. Ciò su cui vorrei insistere, rivolgendomi agli amici in senso anche autocritico, è il fatto che il centro-sinistra non può ridursi ad un semplice schieramento parlamentare. Esso vive se è la costruzione di una nuova ed inedita alleanza tra le forze reali italiane di progresso. Se rappresenta il bisogno di una nuova Europa in cui le forza di progresso tornino a dire la loro in nome di un ruolo nuovo del vecchio continente nel mondo. Mettiamocelo bene in testa. Il centro-sinistra non può ridursi alla vecchia alleanza tra vecchi comunisti e vecchi democristiani morotei. Se vogliamo dare al Paese una grande forza di governo, progressista e potenzialmente maggioritaria, abbiamo bisogno di andare ben oltre i ridotti insediamenti di una sinistra vecchia che rischia di dividersi in gruppetti ancora più vecchi alla ricerca di identità perdute e di inesistenti “nomenclature delle classi”. Dovremmo invece aprire al dialogo con quel nuovo Centro rappresentato dagli imprenditori moderni e creativi, dagli intellettuali e dalle nuove leve giovanili. E dialogare non a capo chino, ma rivendicando con orgoglio l’enorme deposito di valori, di sacrifici, di idee che hanno fatto l’Italia. L’Italia l’ha fatta la sinistra e non la destra, trasformando le plebi in un popolo-nazione. Lo dico perché senza quel patrimonio Renzi non si può governare. Non si illudano certi personaggi. Si sfascia tutto e si consegna l’Italia ai mercati finanziari e ai diktat tedeschi. E qui, caro Bobo, ci starebbe bene un appello alle responsabilità non di Cuperlo ma di Renzi.  E’ questa visione delle cose e dei compiti nuovi che ci cascano addosso che non sento nel dibattito che hai suscitato. È giusto criticare posizioni settarie, non costruttive, scarsamente consapevoli dei rischi drammatici che ci sovrastano. Nemmeno io sottovaluto ciò che di buono sta facendo il Governo. Ma chiedo: posso pensare “oltre” i sì e i no a Renzi? Ecco il punto che mi sta a cuore. Posso pensare la vicenda italiana e questo nuovo mondo in modo autonomo? Sono più di venti anni – e per colpa di tutti i Governi – che l’Italia è ferma anzi è scivolata all’indietro negli ultimi posti delle classifiche sulla produttività e sull’innovazione. Guardiamo quindi bene in faccia la realtà. Non facciamoci illusioni. La recessione è finita ma non è fatto sicuro che l’Italia stia uscendo da una crisi che ha già ridotto il suo potenzione industriale, cognitivo, e produttivo del 20%. In ogni caso si fa sempre più breve il tempo utile per fermare la deriva verso una decadenza storica: finire ai margini del mondo, subire un crescente impoverimento (siamo già a 10 milioni di poveri) ma soprattutto il fatto che l’antico divario tra Nord e Sud può tradursi in una separazione di fatto. Il degrado di tanta parte del territorio meridionale si autoalimenta. Siamo già al punto che la gioventù è senza prospettiva di lavoro e sta emigrando. Se ne va. Come si ferma questo degrado? Ho già scritto troppo. E ti dico, caro amico Bobo, la mia opinione in un’estrema sintesi. Non vedo ancora un indirizzo che ci spalanchi la porta del futuro. Il tema vero è il superamento di un modello economico basato sul circuito consumo-debito-rendita. In favore di un nuovo schema centrato su valore-investimento-lavoro. Dove per valore intendo un nuovo sistema di priorità che si basa su investimenti sulla scuola e nella formazione con la consapevolezza che il capitale umano è la prima e fondamentale ricchezza di una comunità. Posso pensare queste cose o sono il solito “gufo”?

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