Caravaggio superstar di mostre e polemiche

Arte
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Il museo di Brera espone un dipinto attribuito all’artista: subisce le pressioni dei proprietari privati francesi ma la proposta risulta convincente

La pinacoteca milanese di Brera ha avuto l’eccellente idea di costruire dei “dialoghi” tra capolavori conservati nelle proprie collezioni e dipinti con diversa provenienza, antecedenti o successivi, tali da approfondire i vari aspetti tematici e stilistici delle opere in sede. Ora siamo a una terza puntata, la più ardita tra tutte, in quanto il capolavoro deputato di Brera, la caravaggesca Cena in Emmaus, viene messa a confronto con un dipinto misteriosamente comparso presso un collezionista di Tolosa, una “Giuditta che taglia la testa di Oloferne, sulla cui autenticità tra gli esperti si è aperto un animato dibattito.

La decisione dell’attuale direttore di Brera, James M.Bradburne, una delle nomine straordinarie e fuori regola volute dal ministro dei beni culturali Dario Franceschini, sarebbe ineccepibile, anzi decisamente utile, se il gestore del museo ambrosiano non fosse sottostato al ricatto del possessore dell’opera dubbia che ha preteso di metterla in mostra senza il rituale punto interrogativo circa l’autore.

Molti hanno protestato contro questa concessione, considerandola non accettabile da parte di una istituzione nazionale di grande prestigio, al punto che un membro del comitato di garanzia, lo storico dell’arte Giovanni Agosti, ha preferito dimettersi. Ma forse in questo caso il fine giustifica i mezzi non del tutto corretti, ovvero era pur giusto che anche il nostro pubblico, esperti e visitatori comuni, potessero vedere, giudicare coi propri occhi.

La paternità caravaggesca di Spinosa

Comincio dalla fine. Ebbene sì, la lunga, ben argomentata difesa a favore della paternità caravaggesca dell’opera, svolta da Nicola Spinosa, mi convince. Non sono un conoscitore in materia, ma un occhio allenato da una sessantina d’anni di esercizio mi fa dire che quel dipinto è autentico. Del resto, attraverso la serrata indagine di Spinosa, apprendiamo che la presenza del Merisi a Napoli, quando vi giunge per la prima volta nel 1607, avendo ormai iniziato la sua sciagurata fuga da Roma senza ripari e porti franchi, è attestata da documenti incontrovertibili, e pure il fatto che là eseguisse l’opera ora sub iudice. E ci fu anche un artista franco-fiammingo, così ne viene definita la nascita, Louis Finson, che poté stenderne una copia accurata, ora di proprietà di Bancaintesa, nel partenopeo Palazzo Zervallos Stigliani.

Se si fa una comparazione tra la copia manifesta e dichiarata e il presunto originale, questa si risolve nettamente a favore della tela enigmatica. Intanto, cominciamo col dire che sia la sicurissima Cena in Emmaus sia questo capolavoro ipotetico appartengono appunto al periodo di un Caravaggio in fuga, sui cui dipinti cresce un’ombra sinistra, e la fattura si fa affrettata, con pelli rinsecchite che evidenziano la trama delle rughe.

Un confronto lecito e anzi doveroso può essere fatto con la prima versione della Cena in Emmaus, custodita a Londra, National Gallery, dove le carni si presentano ancora salde, irrorate di luce, e i gesti sono ampi, distesi. Quella tela appartiene al momento migliore del Merisi, che si può dire intonato a una sorta di “realismo magico”, non si sa bene da dove gli giungesse. L’ipotesi “lombarda” di Roberto Longhi non regge, bisogna supporre l’avvento misterioso di energie sconosciute, capaci di irrorare di luce e di forza i tessuti, su cui invece, in seguito, dilagano le ombre.

Ma tra le opere caravaggesche sicure abbiamo anche una Giuditta e Oloferne, custodita a Roma, Palazzo Barberini, che dunque consente il confronto con la nuova versione emersa a sorpresa. Confronto che da un lato conferma i tratti del Caravaggio tardo e scurito, ma anche i punti di vantaggio sulla scialba copia del Finson. Basti vedere la fierezza ed eleganza nello sguardo di Giuditta, e l’eccellenza con cui vengono dipinti i dettagli, le trine che spuntano dalla manica della veste, la morbidezza delle pieghe del giaciglio su cui si stende il corpo della vittima. Gli arricciamenti di lenzuola, drappi e ogni altra stoffa, nella copia di Finson, tentano di essere conformi all’originale, ma sono impacciati, rigidi, sommari, mentre quanta sottigliezza, nella dialettica tra luci e ombre, si mostra nell’originale caravaggesco! E dunque, almeno a mio avviso, confronto riuscito, il “dialogo” di Brera regge alla prova. Attorno a Caravaggio.

Terzo dialogo, a cura di Nicola Spinosa, Milano, Pinacoteca di Brera, fino al 5 febbraio. Catalogo Skira.

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