Caravaggio nell ’isola dei migranti

Arte
amorino Caravaggio

Dal 3 giugno Lampedusa espone il dipinto da Firenze, reperti archeologici, testimonianze di naufragi. Ne parla il sindaco Giusi Nicolini

Un Caravaggio ci parla spesso dell’oggi. E di chi vive e muore in povertà, in fuga, migrando. Il suo “amorino dormiente” può ricordare una foto che ha commosso e scosso il mondo per lo spazio di un autunno, quella del bambino Aylan morto su una spiaggia greca dell’Egeo in fuga dal Medio Oriente in guerra. L’arte non può salvare dal naufragio chi migra su barconi fatiscenti, può però dare una mano a salvare una cultura dall’incomprensione, dalle barriere, può aiutare a comprendere che il genere umano naviga sulla stessa barca e quando qualcuno affoga perché scappa da guerre e miserie muore anche qualcosa di chi sta a casa al sicuro.

Lampedusa con queste domande e urgenze si misura quotidianamente e risponde con una mossa che può sembrare velleitaria e invece può incidere più di tanti discorsi: in una ex fortezza riadattata a museo venerdì 3 giugno inaugura una mostra, aperta fino al 3 ottobre, e un museo per pensare ai migranti, alla sofferenza e alla salvezza. In un edificio affacciato sul mare prepara il “Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo” dove espone l’Amorino dormiente di Caravaggio in prestito dalla Galleria Palatina a Palazzo Pitti a Firenze, ora inglobata nelle Gallerie degli Uffizi, una testa muliebre dal Museo del Bardo di Tunisi, una testa romana di Ade trafugata e recuperata dai carabinieri del patrimonio artistico dal Getty Museum di Los Angeles grazie a un accordo, faticoso, tra istituto californiano e Stato italiano, oggetti scampati ai naufragi di migranti, un album di disegni di una bambina siriana.

1. Arte e pane dell’ingegno mediterraneo

A tessere le fila dell’iniziativa è l’associazione SocialLife, con sede a Roma, che già l’anno scorso ha portato dipinti caravaggeschi dai depositi degli Uffizi a Casal di Principe in una villetta sequestrata ai camorristi, insieme al comitato “3 otto b re”(fondato in memoria dei circa 330 migranti affogati il 3 ottobre 2013 su un barcone dalla Libia prima di arrivare nell’isola) e al Comune guidato dalla battagliera Giusi Nicolini . A curare l’esposizione sono Alessandro Delisi e Giacinto Palladino, dell’associazione e Valerio Cataldi, del Tg2.

E Palladino illustra le ragioni del Caravaggio trasferito in mezzo a quel Mediterraneo dove peregrinò tra Napoli, Malta, la Sicilia fino all’approdo fatale a Porto Ercole in Toscana nel 16 1 0: «Riuniamo tanti elementi dell’ingegno dei popoli mediterranei in collaborazione con il Museo della cultura mediterranea di Marsiglia che presta pani e sali artistici, emblemi della cultura e della vita dei popoli sui nostri mari». L’ex fortezza in fondo a via Roma esporrà più o meno 45 pezzi: non sono tutti né vogliono essere capolavori, osserva Palladino, perché le luci e le ombre del pittore si mescolano a reperti del naufragio raccontato da Gianfranco nel documentario vincitore dell’Orso d’oro a Berlino Fuocoammare.

«Partecipa anche la Fondazione intitolata a Falcone, e le maestranze e gli architetti di Lampedusa danno un grosso contributo, così come è stata decisiva Giusi Nicolini, lo scriva», si raccomanda Palladino. Ed è il sindaco a prendere la parola dopo averne parlato spesso in pubblico, l’ultima volta ieri l’altro, domenica, alla puntata finale della stagione 2015-16 di Gazebo su Rai3.

2. Nicolini: “L’arma della cultura”

«Puntare sulla cultura è importante? Sì. Lo dimostra un fatto: questa alleanza con il Bardo di Tunisi e gli Uffizi, entrambi colpiti dal terrorismo (il Bardo nel 2015 da attentatori fondamentalisti, il museo fiorentino nel 1993 dalla mafia, ndr) dimostra che la cultura è un’arma potentissima per costruire il dialogo per cui viene attaccata. Ce n’è tanto bisogno e quando una politica fa un passo indietro di fronte alla paura, al razzismo, alla xenofobia, quando costruisce muri, alza barriere, Lampedusa invece è stata e continua a essere una porta aperta, è la dimostrazione vivente che è stupido e sbagliato avere paura».

E la scelta delle opere, insiste, ha un suo perché. Come l’amorino di Caravaggio voluto dal direttore degli Uffizi Eike Schmidt perché ricorda la foto del bambino morto sulla spiaggia e perché il pittore lo dipinse a Malta, quando era fuggiasco ed esiliato (nel primo progetto iniziale il direttore precedente del museo Antonio Natali aveva pensato soprattutto a reperti archeologici dal Bardo di Tunisi). «Sembra un quadro dipinto per farci riflettere oggi, quella foto di Aylan ha fatto versare milioni di lacrime ma i bambini continuano a morire e il dipinto è un modo per dire che non dobbiamo dimenticarlo mai e dobbiamo cercare di svegliare questo eros dormiente».

Per Giusi Nicolini, la mostra non è un sos nella bottiglia gettato nella speranza che qualcuno lo raccolga, è un messaggio diretto ed esplicito: da quelle sponde ventose più vicine all’Africa che a Roma «parte un messaggio che usa il linguaggio della cultura e dell’arte ed è coerente con il ruolo dell’isola. Che fa e ha fatto quanto altri rifiutano: non per scelta, perché sta qui, tra due continenti, ma ora apre le porte per scelta. E anche volessimo chiuderle, sarebbe impossibile fermare le migrazioni». E come va dicendo e ripetendo, il sindaco è convinta che l’afflusso non calerà: «Dopo l’accordo dell’Unione europea con la Turchia e la chiusura balcanica si aprirà una rotta dall’Egitto, quella dalla Libia più lunga e pericolosa non è detto si intensifichi» ma ritiene impossibile che il flusso si fermi. Un “tapp o” ideologico non può fermare il mare dei bisogni estremi e della speranza e con questa convinzione netta, fondata sulla concretezza e sulla quotidianità, in concomitanza con la mostra Lampedusa apre il suo primo museo archeologico con reperti trovati nel fondo del mare e sulla terra: «Racconta la storia dall’antichità dell’isola, luogo di approdo e soccorso –dice ancora Giusi Nicolini – E’ importante per la memoria, è un pezzo del ragionamento sul Mediterraneo».

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