Quanti morti per 2 euro l’ora

Agricoltura
CAPORALATO

Bene le norme del governo, ma serve anche rigore nella filiera che decide i prezzi di mercato

Paola Clemente, Arcangelo De Marco e le decine e decine di braccianti uccisi in Puglia da stremo, fatica, troppo lavoro, troppo caldo, forse non sono morti invano. Quattro in una sola regione e in una sola stagione sono troppi, e troppo spregiudicati i caporali che li avevano reclutati per una campagna di raccolta molto breve e intensa in cambio di una paga da fame: due euro l’ora, meno di un’elemosina. Dal Governo è arrivato l’altolà e l’annuncio che questo sarà l’ultimo anno di sfruttamento delle braccia destinate all’agricoltura, con una messe di strumenti per contrastare il fenomeno e con un appello alla collaborazione dei sindacati e delle associazioni di categoria. Ciò che serve, però, non è soltanto una efficace operazione di contrasto alle organizzazioni, spesso di matrice mafiosa, che gestiscono la collocazione dei braccianti; serve anche un cambio di passo e di cultura, in un’azione sinergica che guardi sì all’aspetto giudiziario, al controllo previdenziale e alle modalità di accesso al lavoro, ma anche alle politiche aziendali delle imprese agricole, soprattutto del Sud d’Italia, e al mercato dei prezzi al produttore, troppo spesso ancora oggi imposti dalle stesse organizzazioni che garantiscono la manodopera. Prezzi talmente bassi da rendere ridottissimo il margine di guadagno del produttore.

I “signori dei prezzi”, come si chiamavano nel primo dopoguerra i mediatori (uno di questi, il capo dei mercati di Corso Novara, a Napoli, era Pasquale Simonetti, quel Pascalone ‘e Nola marito di Pupetta Maresca, consegnato di recente alla conoscenza più diffusa ad opera di una pessima fiction), erano appunto uomini di malavita. E non è un caso che il più grande mercato ortofrutticolo del centrosud, il Mof di Fondi, sia ancora saldamente nelle mani dei siciliani del clan Santapaola, della ‘ndrangheta, dei Casalesi. E non basta. Nel le c a mpa g ne re si s tono imprenditori che operano con mentalità da latifondista, mettendo all’ultimo posto del bilancio il costo del lavoro e continuando a servirsi di quegli intermediari, i caporali, che gestiscono la rete dei nuovi schiavi. E poi, le strutture a supporto dei braccianti, molto spesso provenienti da altre parti d’Italia. Le condizioni degradanti in cui vivevano i raccoglitori di pomodori, a Villa Literno, all’epoca dell’omicidio di Jerry Essan Masslo (più di un quarto di secolo fa) o di fragole, a Rosarno, sono pressoché immutate: sono ospitati in baracche fatiscenti, con servizi igienici approssimativi; oppure arrivano nelle campagne accompagnati dai soliti caporali, che trattengono per questo servizio il venti per cento del già magro salario. Ben vengano, dunque, la repressione annunciata dal presidente del Consiglio e le nuove norme disegnate dai ministro Orlando e Martina. Ma accanto servono anche una nuova etica del lavoro e rigore nella filiera che determina i prezzi di mercato. In una, l’abolizione – una volta e per tutte – del controllo mafioso dal settore ortofrutticolo. Un’operazione non facile, certo, ma che non è più possibile rinviare.

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