“Cannes è una calamita per l’ego dei registi”: “La pazza gioia” di Virzì conquista la Quinzaine

Cinema
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Dodicesimo film per il regista livornese: la storia di un’amicizia femminile tra due donne afflitte da disturbi mentali, le cui vicende rispecchiano la ricerca della felicità e della libertà di ogni essere umano. Ecco come la raccontano i protagonisti

“Cannes: direi un onore e una sorpresa. Eravamo già pronti per uscire con il film, avevamo i manifesti stampati con la data del 3 marzo che ne indicava l’uscita. Ma alla fine di gennaio ci hanno chiesto di proporlo in anteprima mondiale alla Quinzaine. Una sezione che da spettatore e da direttore di festival ho particolarmente amato, dalla quale spesso esce un cinema nuovo, innovativo. Quindi abbiamo cambiato in corsa i nostri programmi, posticipando l’uscita nelle sale per partecipare al festival. Cannes è una calamita per l’ego dei registi, ma io non avevo mai portato nulla di mio lì: ci faremo spiegare tutto da Valeria Bruni Tedeschi, che ormai a Cannes è di casa. Anzi, penso che a questo punto sia proprio lei a dirigerlo” dice Paolo Virzì, scherzando con l’attrice sulla sua familiarità con il festival francese.

Siamo alla conferenza stampa di presentazione de La pazza gioia, il dodicesimo film di Virzì, pochi giorni prima dell’exploit di Cannes, dove la pellicola proiettata nella sezione Quinzaine è stata applaudita dal pubblico per dieci minuti.
Una storia che viaggia attraverso il filo conduttore del disturbo mentale, quello delle due protagoniste, Beatrice Mirandini Validirana (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), e indaga l’animo umano in alcune delle sue istanze più profonde: l’anelito alla libertà e alla ricerca della felicità, l’elaborazione del vissuto doloroso e la ricerca costante della comunicazione affettiva.


“L’ispirazione per il film viene dal set de Il Capitale Umano, la mia penultima pellicola – dice Virzì -; avevo chiesto a Valeria di girare una scena in cui avrebbe dovuto correre in mezzo a dei cespugli, senza scarpe. E avevo in mente di usare una controfigura per evitare che si facesse male. Ma lei non ci ha pensato un attimo e ha interpretato quella scena in uno stato di totale esaltazione. Un ciak dopo l’altro, con i piedi che le sanguinavano e il fiatone, mi ha comunicato una voglia di fuga e una follia che sono le caratteristiche principali del personaggio di Beatrice ne La pazza gioia“.

E sempre sul set de Il Capitale Umano il regista ha avuto l’intuizione di affiancare Micaela Ramazzotti alla Bruni Tedeschi: “Micaela era venuta a trovarmi sul set il giorno del mio compleanno. Aveva il pancione, aspettava nostra figlia Anna. E Valeria, che invece calzava dei tacchi spericolati per interpretare la signora Bernaschi (protagonista de Il Capitale Umano, n.d.r.), le andò incontro per accompagnarla al catering. Io ero intento a girare e da lontano le ho viste camminare tenendosi la mano; una guidava l’altra: Valeria davanti e Micaela che la seguiva con un misto di fiducia e di terrore. Per un attimo ho avuto l’impulso di mollare quello che stavo facendo e riprenderle: in quell’attimo mi si sono anche rivelati i personaggi del film che avrei fatto e la loro particolare dinamica relazionale”.

Schermata 05-2457525 alle 14.54.05La prima persona alla quale Virzì comunica la sua idea per La pazza gioia è la regista e sceneggiatrice Francesca Archibugi, con la quale condivide un’amicizia di lunga data e un rapporto di collaborazione artistica: un sodalizio creativo che ha portato il regista a definire la sceneggiatrice una sorta di “Lucy dei Peanuts“. Riferendosi alle consulenze che il simpatico personaggio femminile, nato dalla penna di Charles Schultz, offre per 5 centesimi a uno smarrito Charlie Brown in cerca di una guida spirituale. “Abbiamo sviluppato un film su due esseri umani in carne e ossa: Micaela e Valeria. È sempre bello quando hai a disposizione sin dall’inizio gli attori per poter impostare il lavoro su di loro” dice Archibugi.

E la sceneggiatura che viene fuori per il film conquista subito Valeria Bruni Tedeschi: “Raramente si leggono copioni che comunicano allo stesso tempo una sensazione di complessità e di chiarezza come quello de La pazza gioia. Sono stata catturata dal personaggio di Beatrice, che mi ricordava molto quello di Blanche DuBois, interpretato da Vivien Leight in Un tram chiamato desiderio. La mia paura all’inizio era quella di non essere all’altezza di questo ruolo. Ma poi quando ho iniziato a lavorare sono riuscita a cavarmela mandando in vacanza il mio Super Io, chiedendogli di lasciarmi a briglia sciolta per qualche ora al giorno; è stata un’esperienza liberatoria: in questo senso non ho tanto “costruito”, quanto “decostruito” un modo di essere per venire a capo della situazione.”

“La pazza gioia è un’euforia irragionevole” dice Micaela Ramazzotti, alle prese nel film con il personaggio di Donatella, donna oppressa da una depressione che l’avviluppa, e che nasce non solo per predisposizione naturale ma anche, e soprattutto, per colpa di un vissuto difficile: “Le due protagoniste, pur venendo da mondi molto diversi, riescono ad avere un contatto e a sviluppare una cura l’una nei confronti dell’altra. Donatella in particolare ha un passato terribile: una vicenda di soprusi e segregazione, trattamenti aggressivi che l’hanno portata sull’orlo del baratro. La scrittura di Paola Virzì e Francesca Archibugi è incredibilmente vivida e potente: un concentrato di umanità in tutte le su sfaccettature. Io, partendo da questa base incredibile, ho lavorato sulla figura di Donatella cominciando da un disegno. Uno schizzo di Paolo che riprendeva un quadro del pittore Schiele, raffigurante una donna quasi anoressica. Dall’esteriorità di quell’essere femminile ho ricostruito l’essenza di quella donna”.

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