Calcagni e la sua lotta per Rio: “Se morirò, volerò via sulla mia bici”

Tipi tosti
Carlo Calcagni

Il colonnello dell’Esercito ammalatosi in Bosnia si prepara per le Paralimpiadi in Brasile, ma rischia l’esclusione della commissione medica

Mai nulla di splendido è stato realizzato se non da chi ha osato credere che dentro di se’ ci fosse qualcosa di più grande delle circostanze“.

Bruce Barton

Ogni giorno trecento compresse, cinque ore di flebo e diciotto ore di ossigenoterapia. Dorme attaccato alla ventilazione polmonare. Ma alla bicicletta non rinuncia. La settimana scorsa è tornato dagli Invictus Games, strappando tre medaglie d’oro.

Da un anno e mezzo si sta preparando per i Giochi Paralimpici di Rio in programma a settembre prossimo.  “Potrei morire? Beh, se succede – dice- sarà piacevole, perché starò volando sulla mia bici”.

I suoi familiari, come tanti medici, hanno smesso di convincerlo che nelle sue condizioni cliniche pedalare, affannarsi e gareggiare a livello agonistico, sono cose impossibili. Ma lui è sempre andato avanti contro la scienza ed ha avuto ragione.

La storia è quella di Carlo Calcagni, quarantasette anni, originario di Guagnano, in provincia di Lecce,ma residente a Cellino San Marco, in provincia diBrindisi. Un diploma di maturità classica, un corso da paracadutista a Pisa, pilota militare ed istruttore di volo di elicotteri dell’Esercito Italiano, una malattia che ha devastato tutto il suo corpo, ma che non si vede e alla quale non vuole arrendersi.

“Nel ’96 ho partecipato alla Missione internazionale di pace durante la guerra in Bosnia – racconta – Ero l’unico pilota di elicotteri, addetto al servizioMEDEVAC, recupero dei feriti e, talvolta, di corpi senza vita dilaniati da esplosioni di mine antiuomo.Nessuno pensi che si possa andare in quei teatri di guerra a prestare soccorso a corpi dilaniati dalle bombe solo per un salario, se pur di tutto rispetto. Senza una fervida fede non affronti tanto dolore, tante privazioni, tanto disagio. Io c’ero in quei teatri di sangue, con l’elicottero cercavo di portare in salvo vite umane! Scendevo, abbracciando quei fratelli feriti e li portavo via da quei campi di morte. Sapevo, tutti noi sappiamo, che un angolo di cielo è sempre pronto per noi soldati. Questa consapevolezza ti rende più orgoglioso ed ancor più determinato. Un’esperienza, però, che mi ha segnato anche nel fisico”.

Una volta tornato a casa, Carlo ha cominciato a stare male. Stanchezza continua, sudorazioni improvvise. Nel 2002 ha iniziato a fare indagini specifiche, dopo aver saputo che alcuni colleghi – che avevano partecipato alla missione con lui nei Balcani – erano morti.

“Mi sono sottoposto ad una serie di controlli – continua – tra cui biopsie al fegato, al midollo e polmoni. E’ venuta fuori una situazione molto grave. I miei polmoni risultavano parecchio danneggiati, tanto da essere operato con urgenza. Ma avevo problemi anche alla tiroide, all’ipofisi e una grave polineuropatia. I medici inizialmente si sono mossi a tentoni.  E’ iniziato il mio calvario. Nel 2007 sono stato riformato con una invalidità permanente del cento per cento, dipendente da causa e fatti di servizio riconducibili al servizio svolto durante la missione nei Balcani.  Sono diventato un Colonnello del Ruolo d’Onore. E’ stata una batosta enorme.  Ero un pilota coraggioso, uno sportivo dalle doti quasi soprannaturali, mi sentivo imbattibile.  Poi una diagnosi con cui è stato difficile fare i conti. Dopo tanti anni è stato scoperto e dimostrato clinicamente che le mie patologie erano state generate dallamassiccia contaminazione da particelle di metalli pesanti in tutto il corpo. Volevo saperne di più. Sono stato, per quasi due anni, consulente, a titolo gratuito, della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, guidata dal Senatore Rosario Costa. Ma non mi sono mai arreso”.

Ed è proprio grazie alla bicicletta che non solo è tornato a vivere, ma ha iniziato a trovare un nuovo obiettivo per cui lottare.

“Devo la mia ostinazione – aggiunge-  ai miei genitori che lavoravano la terra. Anch’io, dopo la scuola, facevo il contadino. Così ho imparato cosa significhino il sacrificio, la tenacia e la pazienza, che, con la disciplina militare, mi hanno aiutato molto. La paura? Cerco di controllarla per sopravvivere”.

Grazie al protocollo d’intesa, siglato nel 2014 tra ilComitato italiano paralimpico (presieduto da  Luca Pancalli, avvocato) e il Ministro della Difesa(Roberta Pinotti), Carlo entra nel Gruppo sportivo Paralimpico della Difesa e inizia a sognare di nuovo.

“Sono fiero – spiega – di vestire la maglia della Nazionale e poter servire ancora la Patria, anche se solo con la maglia sportiva. Lo sport è capace di veicolare valori importanti, di condivisione, solidarietà, tenacia, sacrificio, che ho imparato ad onorare, indossando la divisa.  Quella divisa è dentro di me, con tutto ciò che rappresenta, e oggi stellette e riconoscimenti per me sono pari alle medaglie e ai trofei sportivi faticosamente conquistati, nonostante le mie gravi disabilità. Nulla mi ripaga di tanta sofferenza, ma dopo tanti anni ho imparato ad accettare una vita da disabile, di una disabilitàanomala, che non si vede, non è facilmente riconoscibile, non è coccolata e mi sta creando molti problemi anche in vista dei giochi paralimpici”. I portatori di disabilità non manifeste, come quella di Carlo, in effetti hanno molti più ostacoli da affrontare.

“I regolamenti sportivi – fa capire il colonnello – purtroppo antiquati, non contemplano, ad esempio, la possibilità di una disabilità dovuta a patologie cardiologiche o respiratorie. Con molta probabilità sarò inserito nella categoria dei malati neurologici, soffrendo di una forma grave di polineuropatia, degenerativa, cronica ed irreversibile e di Parkinson con difficoltà a rimanere in equilibrio.  Ma questi non sono gli unici problemi.  I regolamenti, per come sono stati stilati, andrebbero rivisti, perché sono ancor piùhandicappanti – passami il termine – per uno come me.  Non è tutto. Sempre a causa di questa normativa mi sarebbe vietato assumere alcuni farmaci, tipo il diuretico, che vengono considerati dopanti, sebbene salvavita nelle mie condizioni.  Ho provato a non prenderli per qualche giorno. E cosa è successo? Mi hanno ricoverato d’urgenza. Non è possibile che anni di sudore e sacrifici vengano annullati dalla burocrazia”.

L’ex pilota ce la sta mettendo tutta. Nonostante i continui dolori si allena ogni giorno, talvolta scontrandosi con i medici per i quali è diventato un caso da studiare. Ma non pensa per niente di rinunciare.

“Partecipare alle Paralimpiadi è il sogno di una vita – confessa –  Sto andando avanti anche perché l’ho promesso ai miei due bambini, di 7 e 10 anni, che non sanno molto della mia malattia. Per fortuna ho dalla mia parte i miei familiari, che hanno capito quanto vitale sia per me la bicicletta.  Sanno che nei miei allenamenti potrei morire, ma non mi ostacolano più.  Non lo nascondo, a volte, mi prende l’ansia.  Ma sono più forti le immagini, gli sguardi che ho incrociato in alcune gare e mi hanno sempre incoraggiato a non mollare.  Sento prepotente il fuoco della mia passione e non sopporto che qualcuno, un medico, un regolamento, provino a spegnerlo.  Voglio continuare a vivere con un obiettivo: vincere sulla malattia. E le promesse io le mantengo. Tre ori, che sarebbero potuti essere quattro, agli Invictus Games, ne sono la prova”.

Dopo aver vinto l’oro nel Rowing endurance, Carlo ha superato anche la gara di Rowing Sprint con un minuto. Nel corso della competizione, però, una delle due cinture si è aperta e qualche nazione ha approfittato per sollevare problemi.

“Il giudice – conclude – era dalla mia parte, non ha ravvisato alcuna irregolarità, ma la direzione degli Invictus ha accolto il ricorso, mi ha escluso dalla classifica e tolto il quarto oro. Non ho voluto impugnare la decisione, perché credo di aver portato a casa un bel risultato.  Ora punto su Rio e so che fino ad allora dovrò lottare con le commissioni mediche.  Dio mi aiuterà.  Sì, Lui.  Il mio caso, inspiegabile per la scienza, è la dimostrazione che Egli esiste. Parlo e spesso mi manca la forza di farlo. Ma se sono qui a sognare, è merito Suo.  Vorrei solo avere la possibilità di dimostrargli che le mie gambe sono ancora toste e che il talento e la forza, che mi ha regalato sinora, non sono stati doni vani”.

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