Calano i contratti stabili, ma il trend dell’occupazione rimane positivo

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Per il ministro del Lavoro si tratta di “una discesa fisiologica” rispetto al boom dell’anno scorso

I dati sul lavoro diffusi dall’Inps stanno suscitando diverse polemiche sull’efficacia del Jobs Act. Il fronte dell’opposizione, compatto, parla di “fallimento” e “crollo delle occupazioni”. Ma cosa succede davvero al mercato del lavoro? L’istituto di previdenza registra un rallentamento delle assunzioni nei primi 8 mesi dell’anno (-8,5%) e in particolare un crollo dei contratti stabili (-32,9%). “Una discesa fisiologica rispetto al boom dell’anno scorso – commenta il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – quando gli sgravi contributivi erano totali”.

E’ chiaro che non ci si può accontentare dei dati diffusi dall’ente previdenziale, ma per una visione complessiva di quello che sta accadendo, riteniamo sia doveroso riportare anche i dati dell’Istat – istituto indipendente nominato dal parlamento e non dal governo – che il 30 settembre scorso annotava un aumento dell’occupazione. In pratica registrava un rialzo dell’occupazione stabile che raggiungeva i 14 milioni e 920mila lavoratori. “Un livello di occupazione stabile – fa notare il responsabile economia del Partito democratico Filippo Taddei in una nota – che non si vedeva dal lontano 2009”.

Inoltre, secondo Banca d’Italia – lo mette nero su bianco nel suo bollettino economico diffuso due giorni fa – il numero dei lavoratori dipendenti è tornato ai livelli precedenti la crisi, ovvero al 2008.

Come si spiega dunque la riduzione dei contratti di lavoro di cui parla l’Inps? La risposta prova a darla lo stesso Taddei sottolineando come i contratti di lavoro non coincidano con i posti di lavoro. “Si possono avere infatti due contratti di lavoro ed essere allo stesso tempo un solo lavoratore occupato”.

Va detto inoltre che i due istituti, Inps e Istat, usano metodi diversi nelle loro indagini. Mentre i dati Istat si basano su un’indagine campionaria della forza lavoro, quelli dell’Inps, tengono conto delle comunicazioni obbligatorie delle aziende. Ognuno fa il proprio mestiere. L’Istituto statistico analizza la situazione del mercato del lavoro puntando l’occhio sulla popolazione e osserva le persone occupate sulla base di interviste fatte a un campione di famiglie, quello previdenziale si basa sui contratti di lavoro, sulle posizioni lavorative. È chiaro dunque che i dati Inps sono la fonte più adeguata per vedere e rilevare la variazione del numero dei contratti, ma è altrettanto evidente che va tenuto conto anche dei dati Istat per una valutazione completa: le due tipologie comunque si implementano e non sono in contrasto.

Per il responsabile economico del Pd la dinamica dei dati Istat certifica che i posti di lavoro sono in crescita. “E trovo un po’ sorprendente – aggiunge – che si utilizzino i dati Inps per decretare il fallimento del Jobs act e della sua azione di stabilizzazione”.

C’è poi un altro livello di critica legato ai dati diffusi oggi dall’Inps. Ovvero quello che attribuirebbe al Jobs Act l’aumento dei licenziamenti del 2016. Su questo è intervenuto lo stesso presidente dell’Inps Tito Boeri sottolineando come il contratto a tutele crescenti vada nella direzione di “migliorare le cose, ci sono entrate maggiori e più stabili dal mercato del Lavoro. Nel 2016 i licenziamenti – ha spiegato – sono cresciuti rispetto al 2015, ma sono allo stesso livello del 2014. E a quelli che dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti vorrei ricordare che il Jobs act e le tutele crescenti c’erano già nel 2015″.

Concetto ribadito anche da Taddei: “Il numero complessivo nel 2016 è di 2mila licenziamenti in meno – passando da 306mila a 304mila – rispetto al 2014 quando non era entrato in vigore il Jobs act. Inoltre non sappiamo come si distribuiscano i licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo tra le imprese sotto e quelle sopra i 15 addetti, quelle cioè in cui valeva l’articolo 18 superato dalla riforma del lavoro”.

Sempre sui licenziamenti, il ministro del Lavoro sottolinea come a fronte di quelli disciplinari registrati nei primi otto mesi dell’anno, ci sia il crollo delle cessazioni per dimissioni. “Se consideriamo il numero corretto abbiamo 90mila dimissioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2015″.

Quanto infine ai voucher, l’altro tema di discussione politica di queste ore, il ministro ha detto di non essere “contento se aumentano, ma noi siamo già intervenuti con la tracciabilità. Chi ora usa il voucher deve comunicarlo almeno un’ora prima. Così eviteremo che i furbastri possano utilizzare impropriamente questo strumento. Se funzionerà in questo modo saremo contenti, altrimenti – ha ribadito – metteremo di nuovo mano alla questione”.

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