Buon compleanno Woody

Cinema
Schermata 11-2457354 alle 19.48.51

Compie ottant’anni uno dei geni del cinema contemporaneo. Ripercorriamo la sua storia attraverso alcune delle sue scene più famose

Recentemente ho letto la Bibbia. Non male, ma il personaggio principale è poco credibile.” (Woody Allen)

 

Quasi una cinquantina di lungometraggi in altrettanti anni di carriera, senza inciampare mai in un film brutto, regalando dei veri e propri capolavori nei momenti di massima ispirazione; Allen Stewart Konigsberg, poi Heywood Allen, in arte Woody Allen, nasce a New York, da una famiglia di origine ebraica, il primo Dicembre 1935.
Portato sin da piccolo ad una spiccata tendenza all’astrazione, facoltà storicamente associata al gene giudaico, Allen è un americano imbevuto di cultura continentale; il continuo flirt con la letteratura, la psicoanalisi, la filosofia, usate come sponde per la sua irresistibile comicità, lo rende un cortocircuito eccezionale nella storia dell’umorismo contemporaneo. Intellettuale e a allo stesso tempo anti intellettualoide, postmoderno nel cavalcare continuamente sul crinale della psicosi, abile nell’approntare un sistematico gioco di specchi deformanti per riflettere la condizione disumanizzante della società; il regista newyorchese è capace di aprire uno squarcio sul caos della condizione umana, ribaltandolo di colpo in una battuta irresistibile, un motto di spirito, un paradosso o una constatazione sarcastica. Pochi riescono come lui a mettere in luce il non senso dell’esistente e contemporaneamente indicare la dimensione sublime alla quale tende la mente umana; da questo contrasto scaturiscono risate liberatorie ed un senso di ammirazione verso il regista, che diventa il tramite di una facoltà superiore: l’intelletto, capace di liberarci dalle brutture del mondo reale.
E’ per questo che nel raccontarsi dice “Non ho mai creduto che la bellezza fosse anche la verità, mai. Ho sempre creduto che la gente non possa sopportare troppo la realtà. Io amo vivere nel mondo di Ingmar Bergman. O in quello di Louis Armstrong. O in quello dei New York Knicks. Perché non si tratta di questo mondo”.

Oppure potremmo lasciar parlare una scena iconica tratta dal film Manhattan, biglietto da visita immortale e specchio della filosofia del nostro

 

Il mio primo film era così brutto che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte” (Woody Allen)

 

Fortemente debitore nei confronti della comicità surreale ed il gusto per il nonsense dei fratelli Marx, la cui cifra influenzerà un’intera generazione di umoristi (si pensi ad esempio ai Monty Python), il giovane Allen dimostra sin dalla tenera età una forte propensione alla scrittura: il suo successo come autore e commediografo risiede in questa capacità letteraria, che gli avrebbe permesso, negli anni a venire, di dar vita ad una produzione eccezionalmente prolifica. Le sue influenze si completano con la fascinazione verso il cinema dei vari Jacques Tati, René Clair, Jean Renoir, Federico Fellini, Vittorio De Sica, e l’incontro fondamentale con Ingmar Bergman: vera e propria fulminazione.

Il primo film che scrive, dirige ed interpreta, Prendi i soldi e scappa (1969), mette in scena le vicende del memorabile Virgil Starkwell, da Baltimora; un aspirante gangster codardo, imbranato e con il chiodo fisso delle donne: uno standard comico preso in prestito dalla tradizione umoristica ebraica dello schlemiel, lo sciocco, già ampiamente utilizzata dai sopra citati fratelli Marx, ma anche da maestri di ogni tempo come Charlie Chaplin.
Il film, strutturato come una successione di gag dalla forma parodistica, non disdegna incursioni nel territorio dell’assurdo, che valgono al nostro il lusinghiero appellativo di “Pierrot esistenziale in cerca della maniera migliore di esprimersi”. Già inizia a delinearsi la peculiare caratteristica della satira di Allen; la battuta che suscita una risata inducendo ad una riflessione: il sottotesto immancabile dietro ad una comicità che svela aspetti profondi della realtà. In effetti Prendi i Soldi e Scappa, presentato come un finto documentario anni sessanta, è una spietata critica al modello competitivo americano. Virgil viene stigmatizzato per i suoi fallimenti, non per la sua immoralità; le sconfitte che impediscono di fare carriera, la mancanza di successo, l’essere perdente, agli occhi della società civile statunitense sono molto più gravi che delinquere.

La scena chiave del film è un capolavoro di surrealismo; l’incapacità strutturale del protagonista viene sottolineata dal suo non riuscire a comunicare nemmeno nel momento cruciale di una rapina in banca: il suo dover sottostare ad un codice dettato dalla società sancisce la definitiva ed allegorica impossibilità di integrazione dell’uomo in un contesto di leggi, regole e consuetudini, che sembrano imposte dall’alto senza alcuna ragione specifica.

 

Non condannate la masturbazione. È fare del sesso con qualcuno che si ama.” (Woody Allen)

 

Dopo il suo esordio, attraverso un percorso fatto di film entrati nell’immaginario collettivo (Il dittatore dello stato libero di Bananas del 1971), pellicole iconiche (Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) del 1972), vere e proprie opere dalla forte valenza autoriale e citazionista (Amore e Guerra del 1975), Allen approda nel 1977 ad Io e Annie (Annie Hall), primo lungometraggio in cui la comicità cede quasi il passo ad una profonda analisi del contemporaneo. Una sorta di dramma trasformato in commedia, o di commedia dal sottofondo psicanalitico: in ogni caso un film a se stante, che rivela l’impossibilità di imbrigliare l’ispirazione poliedrica del Nostro e la sua capacità di travalicare i limiti di genere. In una specie di percorso autobiografico a sfondo newyorchese, Allen mette in scena le vicende di Alvy, uomo di origini ebraiche, divenuto un comico di successo, la cui parabola è il paradigma di un certo tipo di umanità borghese post sessantottina: testimonianza della crisi di ideali dell’epoca e di una radicale deriva individualistica. Nell’impossibilità di comporre tutte le spinte contraddittorie della società, gli individui brancolano nel buio di psicosi seriali, orfani di punti di riferimento, in un moltiplicarsi di derive sociali deteriori (dal cibo macrobiotico, al jet set malato, al kitsch imperante), privi di un lessico per affrontare i rapporti sentimentali; paradigmatica in questo senso la scena in cui Alvie ed Annie si vanno ad impelagare in un’aulica discussione sull’estetica, contemporaneamente portando avanti un altro colloquio nelle loro teste: ad un livello emotivo molto più sincero e scoperto.

 

Il mio unico rammarico nella vita è di non essere qualcun altro” (Woody Allen)

 

Memorabile anche per le originali soluzioni di regia, che arricchiscono di piani sovrapposti lo sguardo del film, la pellicola è contraddistinta da continui cambi di registro, espedienti narrativi insoliti, split-screen, flashback e piani sequenza, inserti di animazioni e di sottotitoli. Esempio di questa eccentricità filmica, nonché ulteriore tributo ad un certo tipo di spaesamento surreale tipicamente marxiano, è la mitica scena di Marshall McLuhan. Un capolavoro di umorismo d’avanguardia rimasto negli annali cinematografici: dura 5 minuti, ma vi consigliamo caldamente di guardarla dall’inizio alla fine.

 

Fino all’anno scorso avevo un solo difetto: ero presuntuoso.” (Woody Allen)

 

La carriera di Allen è costantemente puntellata di capolavori. Manatthan (1979), che riparte dal discorso iniziato con Io ed Annie, portandone alle estreme conseguenze i presupposti, rende il tessuto della metropoli un’ambientazione viva, in cui i personaggi vanno ad incidere sulla carne delle contraddizioni di un intera città; rivelandone l’humus socioculturale e aprendo anche a spiragli di ottimismo, (la prima scena linkata in questo articolo) il film è una sorta di moderna elegia per New York. Zelig (1983) è un ulteriore vertice della produzione di Allen; pellicola che tratta, sotto la solita confezione d’irresistibile umorismo, temi incredibilmente complessi come quello della mimesi, l’omologazione, il ruolo dei media nei processi antropologici, quello dell’amore e del desiderio di riconoscimento come deriva salvifica: insomma, laddove filosofi e intellettuali pontificano, con argomentazioni e congetture, per rendere conto della complessità della condizione umana, Woody Allen costruisce dei film divertenti, riuscendo a trattare gli stessi temi con assoluta lungimiranza. In una frase: da una prospettiva geniale.

Come detto, l’unica cosa che manca nella carriera di Allen sono le palesi cadute di tono. Anche nel suo cinema “minore”, quello più recente, echeggia una cifra autoriale, la classe e lo sguardo inconfondibile, capaci di infondere un afflato vitale a ciascuna delle sue pellicole. Tanto per citare alcuni esempi: Crimini e Misfatti del 1989; Herry a Pezzi, che quasi dieci anni dopo, nel 1997, ripropone un Allen che seziona da differenti prospettive l’individualità destrutturata dell’uomo contemporaneo; Celebrity (1995) e Mactchpoint (2005), che si passano il testimone a cavallo degli ultimi due secoli.

Solo alcuni esponenti della cosiddetta “settima arte” sono riusciti a splendere di una luce tanto abbagliante quanto quella di cui ha brillato Woody Allen; il primo Dicembre compie 80 anni e noi gli facciamo i più cari auguri: fortemente tentati di prendere alla lettera le battute finali di questo famoso sketch tratto da Manatthan.

Vedi anche

Altri articoli