Buon compleanno David Gilmour, raffinata chitarra dei Pink Floyd

Musica
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Il chitarrista e cantante, una delle anime della storica band inglese, compie oggi 70 anni. Lo raccontiamo attraverso 5 curiosi aneddoti che lo riguardano

 

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Brigitte Bardot

Prima dei Pink Floyd, David Gilmour viene raccontato come un ribelle squattrinato, un giovane selvaggio che gira l’Europa in sacco a pelo, suona in strada e fa il modello per racimolare i soldi necessari a vivere. Nel suo peregrinare capita a Parigi, dove un giorno si trova a suonare di fronte a una platea di celebrità; tra il pubblico spicca un’ icona del momento: Brigitte Bardot.

Gilmour racconta di averle fatto più volte l’occhiolino, incassando dalla modella qualche sorriso, per vederla però, a fine serata, dileguarsi con un uomo più anziano (e facoltoso) di lui.

 

Sensi di Colpa

David Gilmour fa il suo ingresso nei Pink Floyd all’inizio di Gennaio del 1968. Pochi giorni prima entra in un negozio di strumenti musicali per comprare la Fender Stratocaster che diventa la sua chitarra preferita, quella che lo accompagnerà durante larga parte della sua carriera con la band. Musicista dotato di un’ottima tecnica, ma forse meno visionario degli altri, viene chiamato come sostegno strumentale per colmare gli svarioni di Syd Barrett, leader che versa in uno stato psichico ormai compromesso. I Pink Floyd capiscono che devono fare a meno del loro genio creativo a fine Gennaio: semplicemente senza dirselo apertamente, un giorno evitano di passare a prenderlo per andare a suonare.

“Non dovevamo accompagnare anche Syd?”, pare abbia chiesto qualcuno della band in furgone quel fatidico giorno; il silenzio complice che segue quella domanda è per David Gilmour, ancora oggi, motivo di turbamento.

 

Il riff vincente

David Gilmour è un ottimo chitarrista, forse il musicista più dotato della band; produce riff con grande facilità e un giorno, mentre ne suona uno a velocità sostenuta, colpisce l’attenzione di Roger Waters. “Prova a farlo più lento”, gli suggerisce il bassista. E comincia a stendere accordi di chitarra sotto le note di Gilmour. Leggenda vuole che i due abbiano continuato a comporre insieme quel brano, circostanza abbastanza rara nella storia della band, fino a completare interamente la parte musicale; Waters ne avrebbe poi scritto il testo.

Il pezzo che viene fuori dalla jam session non è un brano come un altro; i due hanno fiutato la cosa sin dall’inizio: si tratta di una canzone speciale. La chiamano Wish You Were Here.

Harley Davidson

Provate a immaginare la scena: Arizona, ristorante affollato, la grande vetrata del locale che affaccia sulla strada. A un certo punto una moto Harley Davidson, con in sella una delle rockstar più famose del pianeta, punta verso la vetrina senza dare l’impressione di voler frenare. E infatti David Gilmour non si ferma: irrompe con la motocicletta dentro il ristorante, tra le urla dei commensali. Il padrone gli si fa incontro gridando: “Cosa hai fatto!!?”.

È una scommessa; Waters provoca il chitarrista per vedere fino a che punto è disposto ad arrivare e Gilmour, a quell’epoca ebbro della sua fama, risponde nella maniera per lui più logica: accettare la sfida. Alla domanda del ristoratore pare che il nostro abbia risposto: “Ho fatto l’uomo”.

 

La lite

The final cut, del 1983, è l’ultimo album in cui Waters e Gilmour collaborano. Questo è quello che si dice, ma in realtà pare che il chitarrista sia stato convocato da Waters solo per eseguire alcuni sporadici assoli. In realtà il momento che attraversano i Pink Floyd a inizio anni ottanta è il risultato di una crescente escalation, che porta il bassista ad assumere il controllo completo del progetto e gli altri membri all’emarginazione quasi completa. È un situazione di grande tensione, che pare affondi le sue radici nel decennio precedente: le sue prime avvisaglie si manifestano addirittura all’epoca di The Dark Side of the Moon, per consolidarsi con The Wall (opera in cui Waters la fa da padrone).

Gilmour gioca d’astuzia: approfitta di una lettera in cui Waters dichiara di aver lasciato la band per impadronirsi del marchio Pink Floyd. Anni dopo ammetterà che gran parte dei dissidi derivavano dal fatto che “non riuscivamo più a scrivere grandi canzoni. In una frase: non eravamo più i Pink Floyd”.

 

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